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27 Febbraio 2011
LA TRASGRESSIVITA’ POPOLARE DEL CARNEVALE DI FRANCAVILLA DI SICILIA
Una manifestazione unica nel suo genere per il garbato erotismo che la caratterizza. Pubblichiamo la versione integrale della tesi che su di essa ha elaborato Rodolfo Amodeo per l'ammissione all'Albo Nazionale dei Giornalisti Professionisti
Tra le manifestazioni di effettivo richiamo turistico, la Valle dell’Alcantara annovera il caratteristico Carnevale di Francavilla di Sicilia, un “rituale” che si ripropone puntualmente ogni anno da tempo immemorabile, senza limitarsi ai semplici veglioni danzanti ed alle sfilate di gruppi in maschera e carri allegorici, ormai presenti in qualsivoglia cartellone carnascialesco.
A connotare il Carnevale francavillese è, infatti, l’innato istrionismo degli abitanti della ridente cittadina alcantariana, che sfocia in una dirompente carica di goliardica trasgressività.
Da buon cittadino francavillese, a questa manifestazione carnascialesca, unica nel suo genere, sono particolarmente legato (anche perché, su invito degli amministratori comunali e degli organizzatori, vengo chiamato da diversi anni a condurre e commentare, dal palchetto di Via Vittorio Emanuele, le sfilate dei carri allegorici e dei gruppi in maschera); ed, addirittura, il Carnevale Francavillese è stato oggetto, nel febbraio del 2001, di un’apposita tesina dal sottoscritto presentata e discussa a Roma presso l’Ordine Nazionale dei Giornalisti necessaria, insieme al buon esito delle prove scritte ed orali, per conseguire la qualifica di giornalista professionista (si richiede, in pratica, che il candidato produca un elaborato su di un argomento che è solito trattare dalle colonne della testata di provenienza).
Ricordo che, in tale circostanza, i componenti della Commissione esaminatrice, ed in particolare un ex direttore della sede Rai di Venezia (dove ha luogo un Carnevale internazionalmente conosciuto!) ed il popolare anchorman televisivo Puccio Corona, manifestarono, sulla base di quanto da me appreso, notevole interesse ed ammirazione per una manifestazione carnascialesca sino a quel momento loro ignota e da essi stessi definita con sincera convinzione “unica in tutta Italia”.
Ricordo anche che, in quel pomeriggio romano al Lungotevere Cenci, dovetti sudare le proverbiali “sette camicie” per spiegare agli autorevoli esaminatori, senza scadere nella volgarità, la… “metaforica semantica” dei simboli del baccalà, della salsiccia, delle provole e dell’asso di bastone…
Pertanto, consiglio sempre agli organizzatori di turno delle manifestazioni carnascialesche francavillesi, di impegnarsi al massimo per conservare il tradizionale carattere satirico e trasgressivo di tale evento, ovviamente facendo attenzione a non scadere nel cattivo gusto.
Per quanto mi riguarda, ritengo più valida una bella e spassosa “farsa” popolare rispetto ad un gruppo in maschera che sfoggia abiti elegantissimi e curati, ispirati ai personaggi delle fiabe o ai cartoni animati di Walt Disney: sono, queste, cose che si vedono in tutti i Carnevali del mondo, così come ormai dappertutto si organizzano le serate di veglione all’aperto.
Nel febbraio del 2003 volli esordire come presidente dell’associazione socioculturale “Atlantide” proprio organizzando, assieme ai miei soci, un convegno sul caratteristico Carnevale Francavillese. Alle relazioni fece seguito la doverosa consegna di una sorta di “premio alla carriera” a quei tanti benemeriti cittadini che, negli anni, hanno disinteressatamente animato la manifestazione con le loro esibizioni farsesche e le loro maschere estemporanee.
Essendo ormai prossimi ad immergerci nel clima carnascialesco, mi piace riportare di seguito la versione integrale di quella mia sopra accennata tesina, il cui testo ho anche utilizzato per servizi giornalistici e relazioni convegnistiche sull’argomento e messo a disposizione di quanti, in questi anni, hanno avuto la necessità di saperne di più o di pubblicare qualcosa (brochures promozionali, presentazioni online, ecc.) sulla caratteristica manifestazione.
* * *
Sono lontani i tempi in cui il fantoccio di Re Carnevale faceva con largo anticipo il suo ingresso a Francavilla una domenica di metà gennaio (da cui l’antico motto popolare “Dopu Sant’Antòni, màschiri e soni”, ovvero “Dopo la festa di Sant’Antonio – 17 gennaio – maschere e suoni”).
Ad instaurare in paese l’inconfondibile clima carnascialesco, provvedevano soprattutto alcuni artigiani militanti nel corpo bandistico locale i quali, nei pomeriggi che precedevano le serate di veglione, sfilavano per le vie del centro storico con costumi e trucchi strampalati ed intonando con i loro strumenti le tipiche “colonne sonore” del Carnevale di Francavilla, sopravvissute a tutt’oggi: “Ci ‘u visti” e la “Fasuledda”.
Quest’ultima altro non è che una classica quadriglia composta da un musicista anonimo che ancora adesso, arrangiata con i nuovi ritmi imposti dal mercato discografico, costituisce la “sigla finale” dei veglioni danzanti.
Un’altra tradizione del Carnevale francavillese che riesce a sopravvivere, è il luogo di svolgimento dei veglioni. Via Vittorio Emanuele, nel tratto delimitato dalle traverse di via Sant’Antonio e via Gramsci, si trasforma ogni anno, per almeno sei serate, in una grande balera, dove tutta la popolazione locale, anche quella meno esperta nell’arte della danza, si riversa per celebrare l’irrinunciabile rito della “trippata” all’aria aperta.
Originariamente, i valzer e le mazurke venivano eseguiti dalla banda musicale, oggi sostituita da moderne formazioni pop del luogo che ogni anno fanno a gara per esibirsi sull’angusto palchetto installato all’imbocco di via Notar Silvestri e far ballare i loro concittadini (nel Carnevale francavillese delle origini, invece, la banda cittadina allietava i veglioni da una pedana installata all’angolo tra via Vittorio Emanuele e via Piave).
Sino agli Anni Sessanta, durante le serate che non prevedevano il veglione all’aperto, ci si poteva divertire nelle cosiddette “sale da ballo”, ovvero delle stanze a piano terra che i rispettivi proprietari mettevano a disposizione dei cittadini i quali, previo il pagamento di un biglietto, vi potevano accedere godendo, oltre che dei piaceri della danza, anche della “stimolante” compagnia delle cosiddette “donnine”, ossia giovani prostitute appositamente importate dalle città.
Grazie ai veglioni all’aperto, invece, ai piaceri della carne, almeno una volta l’anno, si potevano abbandonare anche le più irreprensibili donne del luogo: rese anonime da maschere ermetiche, spesso ne approfittavano per instaurare pruriginosi contatti fisici con gli esponenti del sesso opposto, non essendoci a quei tempi per loro altre occasioni di… evasione.
A volte si andava oltre l’innocente contatto epidermico della carezza rubata durante il ballo; si racconta, infatti, di fugaci, ma intensi, amplessi consumati “a viso coperto” nelle contrade di campagna circostanti il centro abitato, dove i “maschi” del luogo, nonché ignari forestieri, mentre in via Vittorio Emanuele impazzavano le danze, venivano trascinati, non certo a forza…, per dare sfogo alle voglie di “misteriose” concubine, delle quali nessuno dei “fortunati” partner occasionali è mai potuto risalire all’identità.
Ma gli approcci carnascialeschi a Francavilla, a parte le effimere avventure di una sera, hanno anche fatto scoccare le più penetranti “frecce di Cupido”, in quanto sono parecchie le unioni coniugali originatesi proprio nei paraggi del veglione di via Vittorio Emanuele.
Non era raro, viceversa, assistere ai balli dei francavillesi più timidi, ma ugualmente vogliosi di divertimento, con partner dello stesso sesso.
La trasgressione sessuale è, dunque, l’ingrediente pregnante dei festeggiamenti carnascialeschi di Francavilla. Lo dimostra esplicitamente l’inequivocabile simbologia erotica che accompagna la cerimonia conclusiva, ossia la goliardica pantomima del solenne “funerale” di Re Carnevale, denominata “‘A Cianciùta”.
In tale occasione, lungo il corso principale del paese, vengono fatti sventolare i colorati vessilli del “baccalaro”, della “salsiccia”, delle “provole” e dell’”asso di bastone”, chiaramente allusivi agli attributi intimi di entrambi i sessi.
I drappi ed i cartelloni riproducenti tali simboli, fanno da cornice al grande “catafalco”, allestito sul cassone di un camion, dove il fantoccio di Carnevale viene macchiettisticamente “pianto” da uomini vestiti di bianco e con la faccia infarinata (denominati “scunchiudùti”, ovvero “uomini sconclusi”), tra cui si annoverano persino seri ed irreprensibili professionisti del luogo, che fanno anch’essi a gara per tributare le dovute “esequie” al Re Burlone.
Ed il “forbito” e maccheronico “eloquio” di improvvisati “oratori” che prendono la parola dal palchetto di via Vittorio Emanuele, non fa mai scadere nel cattivo gusto lo spassoso cerimoniale, nei decenni passati celebrato da cittadini francavillesi assurti, nell’immaginario collettivo locale, ad autentiche “maschere” dal valore universale, come Don Giovannino Malatino, “Catarìna”, il rimatore estemporaneo “Su’ Opu Zùbbulu”, Vincenzino “Piscitto Chiacchiaretta” ed il compianto Sebastiano “Uainàsu”.
La loro eredità è stata oggi raccolta soprattutto da Giuseppe D’Aprile, detto “Merru”, e da Giuseppe Silvestro, detto “Sùrici” i quali, oltre ad indossare i panni delle “vedove” affrante ed inconsolabili durante la “Cianciùta”, non mancano di sfoggiare, nel corso dei veglioni delle sere precedenti, provocanti abiti femminili, attirandosi gli apprezzamenti dei “maschi” più virili…
A Francavilla di Sicilia, insomma, il Carnevale conserva a tutt’oggi la sua essenza più autentica, ossia la trasgressione e lo sfogo sessuale in vista del periodo di mortificazioni che avrà inizio, all’indomani, col Mercoledì delle Ceneri, testimoniata dalla stessa etimologia latina del nome: “addio alla carne” (carne vale) o “togliere la carne” (carnem levare).
Questa essenza storica ed universale del Carnevale, di carattere spiccatamente erotico, è testimoniata tra l’altro, oltre che da alcune pagine del romanzo “Corinna e l’Italia” di Madame de Stael, anche dal grande pittore spagnolo di fine Settecento, Francisco Goya, che dedicò proprio alla tematica carnascialesca parecchie sue opere minori raffiguranti uomini abbigliati da donna, popolane ubriache e discinte ed effimeri personaggi che oggi si è soliti definire “gay”: in poche parole, il ribaltamento dei sessi e l’abbandono ad una libertà senza regole né formalismi, che durante i veglioni del Carnevale francavillese si manifesta, oltre che nelle trasgressioni sessuali, anche nella consuetudine di vestirsi ermeticamente in maschera, magari col volto coperto da una semplice federa di cuscino, e trascinare a forza nei bar i concittadini più benestanti per “estorcere” loro le consumazioni di bevande e dolciumi.
Cosa rappresenta, in definitiva, la “Cianciùta” di Francavilla? Essa, altro non è che l’estremo saluto rivolto al simbolo del godimento e della lussuria, ossia a “Re Carnevale”, una sorta di “playboy” ante litteram che, nell’approssimarsi del castigato periodo di Quaresima, esala l’ultimo respiro privando della “salsiccia” e dell’“asso di bastone” (inequivocabili simboli fallici) il “baccalà” e le “provole” (ossia, rispettivamente, l’organo genitale femminile ed i seni) delle sue molteplici concubine.
Questo è, è stato e dovrà continuare ad essere il Carnevale di Francavilla, sicuramente meno artistico rispetto alle kermesse carnascialesche di altri Comuni d’Italia, ma indiscutibilmente unico per il forte coinvolgimento popolare e per la componente di liberatoria trasgressività che l’accompagna.
RODOLFO AMODEO
Nelle IMMAGINI ALLEGATE alcune foto del mio archivio personale scattate in occasione delle recenti edizioni del Carnevale Francavillese ed, in particolare, della caratteristica “Cianciùta”; tante altre ancora potete trovarle collegandovi al sito Internet dell’associazione “NovAlba”, dove è anche pubblicato il programma dell`edizione di quest`anno (3-8 marzo 2011).
Immagini allegate
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