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21 Settembre 2008
RODOLFO AMODEO INCONTRA MONICA CURTH
La vedova del tenore Giuseppe Di Stefano al "Concerto d'Autunno" di Giardini Naxos dedicato al grande artista siciliano. L'articolo che il settimanale "Il Gazzettino" ha dedicato all'evento
Nel suo encomiabile impegno volto a rievocare e far conoscere alle nuove generazioni i “giganti” della lirica partoriti dal suolo di Sicilia, l’operatore culturale Bruno Di Bernardo non poteva non occuparsi di quella che è stata universalmente definita come una delle “voci” più grandi del ventesimo secolo, apprezzata e contesa da leggendarie personalità del settore quali Arturo Toscanini, Herbert Von Karajan, Maria Callas e Luciano Pavarotti. Al grande tenore Giuseppe Di Stefano, nato il 24 luglio del 1921 nel centro etneo di Motta Sant’Anastasia e deceduto nella sua casa di Santa Maria Hoè (Lecco) l’8 marzo scorso, il regista-presentatore Di Bernardo ha voluto dedicare l’applaudito “Concerto d’Autunno” andato in scena domenica scorsa nell’elegante auditorium del “Russott Hotel” di Giardini Naxos.
Com’era nelle aspettative, si è trattato di un vero e proprio “evento” che ha richiamato il pubblico delle grandi occasioni e che ha ricevuto il prestigioso “imprimatur” della signora Monica Curth, vedova del tenore Di Stefano, venuta appositamente dalla Lombardia per prendere parte all’artistico e commovente tributo alla memoria del marito. La Curth, soprano tedesco che negli ultimi trent’anni è stata la compagna di vita del Di Stefano, ha ricevuto una targa speciale dal sindaco di Giardini Naxos, Nello Lo Turco, nonché il saluto di Nino Santagati, primo cittadino di Motta S. Anastasia, dichiaratosi fiero, a nome della sua comunità, dell’illustre concittadino fattosi onore su tutte le ribalte del mondo.
In realtà Di Stefano (“Pippo” per gli amici) visse sin da bambino a Milano, dove studiava in seminario. Il suo approccio col mondo della lirica lo ebbe dopo gli esordi come semplice cantante d’avanspettacolo (erano gli anni in cui si faceva chiamare col nome d’arte di “Nino Florio”), attività che aveva deciso di intraprendere anche per aiutare economicamente la sua famiglia di umili artigiani (il padre, carabiniere in congedo, faceva il calzolaio, la madre era sarta e lui era l’unico figlio della coppia).
Con lo scoppio della seconda guerra mondiale il giovane Pippo rischia di dover “appendere al chiodo” le sue aspirazioni artistiche, ma fortunatamente un comprensivo ufficiale medico gli rilascia il foglio di congedo dicendogli di reputarlo “più utile alla Patria come cantante che come soldato…”.
Così, dopo lunghe frequentazioni con amici melomani e maestri di canto, Di Stefano si sente pronto per il cosiddetto “salto di qualità”: il suo debutto ufficiale come tenore avverrà a Reggio Emilia, dove il 20 aprile 1946 interpreta Des Grieux nella “Manon” di Massenet. Comincia da lì un’ascesa inarrestabile che lo vedrà protagonista di tutti i capolavori del melodramma nei “templi” mondiali della lirica, come La Scala di Milano, il Metropolitan di New York ed il Convent Garden di Londra.
Copiose saranno, inoltre, la sua ancora ricercatissima produzione discografica e le sue partecipazioni a seguitissime trasmissioni televisive della Rai (allora ancora in regime di monopolio), tra cui il popolare “Musichiere” dove, incalzato dalle domande dell’indimenticato presentatore Mario Riva, Di Stefano esaltò di fronte a milioni di telespettatori le sue origini sicule ed, in particolare, il paesello natio di Motta S. Anastasia.
Ad affascinare le platee ed i critici più esigenti è la sua voce morbida e sensuale, la dizione chiarissima e la straordinaria forza interpretativa: come ha ben fatto osservare il conduttore-direttore artistico Di Bernardo nel corso della serata d’onore giardinese, «il segreto dell’arte immortale di Giuseppe Di Stefano risiede sicuramente nel suo solare e vulcanico temperamento di uomo siciliano».
Per qualche “conservatore”, Di Stefano “osava” addirittura troppo mettendo spesso da parte la fredda precisione accademica dei tenori tradizionali per privilegiare un’interpretazione all’insegna della passionalità.
Eloquente, al riguardo, la testimonianza del grande Pavarotti, il quale in un’intervista ebbe testualmente a rivelare: «Il mio idolo è Giuseppe Di Stefano, che ho amato più di Beniamino Gigli; ciò per mio padre, che era più legato alla tradizione, era quasi una… bestemmia, al punto che , per questo motivo, mi beccai da lui l’unico e solo schiaffo di tutta la vita…».
Purtroppo quella ricerca di “solarità”, che connotò e rese unica la sua arte, finì col costargli la vita. Negli ultimi anni, dopo aver via via diradato gli impegni professionali (ormai limitati all’insegnamento ed a qualche recital), Giuseppe Di Stefano acquistò una villa a Diani, in Kenya, dove era solito trascorrere i mesi invernali in maniera tale da non distaccarsi mai dal clima e dalle atmosfere estive a lui tanto cari.
Ma in quel maledetto pomeriggio del 29 novembre 2004 ebbe inizio la sua lunga lotta contro la “nera signora”. Di Stefano e la moglie Monica vennero assaliti nella residenza africana da una banda di malfattori del luogo che, sotto la minaccia delle armi, sottrassero alla coppia tutti gli oggetti preziosi, tra cui quello che l’artista considerava la testimonianza più importante della sua brillantissima carriera, ossia la medaglietta con la firma di Arturo Toscanini che il grande direttore d’orchestra gli aveva regalato in segno di apprezzamento e che Di Stefano aveva sempre portato al collo. Il tenore tentò invano di difendere con tutte le sue forze tale cimelio, ma ne seguì una violenta colluttazione al culmine della quale cadde a terra battendo la testa. Perse i sensi, entrò in coma ed all’ospedale di Mombasa venne immediatamente operato al cervello.
Un mese dopo rientrò in Italia, dove uscì dal coma, ma senza più riprendersi: per quasi quattro anni visse in stato vegetativo, alimentato da una macchina, completamente immobile, privo di memoria ed incapace di parlare. All’alba del 3 marzo 2008 il suo cuore cessò di battere mentre l’“angelo custode” Monica, che non lo abbandonò un solo istante negli anni dell’estenuante agonia, gli accarezzava amorevolmente il volto.
«Per me - ha dichiarato estremamente commossa la signora Curth dal palco di Giardini Naxos ed al ristorante “La Taverna” di Angelo Savoca, dove è stata ospite a galà concluso - Pippo è sempre presente. Ma vedo con piacere che lo è anche per i tanti amici ed estimatori, come voi, che non mancate di ricordarlo affettuosamente con splendide iniziative come quella di stasera. Era il mio idolo quando da bambina ascoltavo la sua inconfondibile voce, e non avrei mai immaginato di potergli, un giorno, vivere accanto. Il nostro mestiere ci fece incontrare sulle scene e scoprimmo di essere fatti l’uno per l’altro».
Significativa anche la testimonianza del tenore taorminese Aldo Filistad, che ebbe la fortuna di frequentare il maestro Di Stefano pure nella vita privata. «Come tutti i veri “grandi” - ha sottolineato Filistad - Pippo non faceva assolutamente pesare la sua importanza: era un “amicone” dalla battuta facile e dai modi umili e scevri da qualsivoglia tentazione di divismo. Emblematica, al riguardo, la disarmante definizione che soleva dare di se stesso: “Sono un uomo che per divertirsi ha anche cantato…”. L’averlo frequentato, oltre che sul lavoro, anche nel privato è sicuramente una delle cose più belle ed appaganti che ho ricevuto dalla mia carriera».
Questi ed altri emozionanti “amarcord” sono affiorati nel corso del solenne tributo del Comune di Giardini Naxos a Giuseppe Di Stefano, anche con l’ausilio di contributi video tratti dagli archivi Rai e Mediaset e di filmati sul tenore siciliano messi a disposizione da Francesco Sergi, collezionista di Pordenone.
Alle esibizioni “live”, all’insegna di celebri arie del melodramma e popolari romanze, hanno invece provveduto, nella seconda parte della serata, la soprano emiliana Chiara Angella, la collega catanese Manuela Cucuccio, il baritono veneto Silvio Zanon ed il tenore taorminese Aldo Filistad, accompagnati dal pianista e compositore milanese Leonardo Marzagalia e dall’“Ensemble Oblivion” di Catania diretta dal maestro Giovanni Cucuccio: tutti artisti di fama nazionale che a Giardini Naxos si erano già esibiti qualche anno fa in occasione del tributo al tenore di Francavilla di Sicilia Arturo Ferrara, anch’esso organizzato e condotto da Bruno Di Bernardo.
Apprezzate pure le “performance” di due qualificati esponenti dell’universo musicale “colto” giardinese, ossia l’ormai affermato pianista Giuseppe Gullotta ed il virtuoso della chitarra Massimiliano Anastasi, il quale si è prodotto in alcune impegnative pagine di flamenco, un genere che il giovane musicista sta appassionatamente approfondendo direttamente “alla fonte”, ossia in Andalusia, dove ha avuto come insegnante persino il celeberrimo Alirio Diaz.
RODOLFO AMODEO
"Il Gazzettino", 27 settembre 2008
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