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19 Giugno 2010

Marinella Fiume e la “Celeste Aida” di Fiumefreddo di Sicilia

Presentato alla “Fidapa” di Francavilla di Sicilia il romanzo della nota scrittrice su un drammatico fatto di cronaca realmente accaduto nel 1933: una bambina uccisa perché scomoda testimone della "tresca" tra la madre ed il giovane genero

     Nell’ambito della propria missione istituzionale volta a valorizzare l’universo femminile, le sue protagoniste e le sue problematiche, la sezione dell’associazione internazionale “Fidapa” (Federazione Italiana Donne Arti Professioni e Affari) di Francavilla di Sicilia, attualmente guidata dalla presidente Lina Zullo, ha pensato bene di organizzare un incontro letterario con la scrittrice Marinella Fiume, molto popolare anche negli ambienti politici avendo rivestito per diversi anni la carica di sindaco a Fiumefreddo di Sicilia. La sala consiliare “Falcone e Borsellino” del municipio francavillese ha quindi ospitato, alcune sere addietro, una gradevole conferenza sul romanzo “Celeste Aida (una storia siciliana)” che la Fiume ha dato alle stampe nel 2008 per i tipi della “Rubbettino” (nessun intento “promozional-commerciale”: il libro è uscito due anni fa e chi lo scrisse è già alle prese con la presentazione del suo nuovo romanzo “Feudo del mare”, in libreria da appena qualche giorno).

     Oltre che dalla presenza dell’autrice, la serata è stata impreziosita anche dagli interventi della giornalista Mirella Mascellino e della professoressa Gabriella Gullotta.

     In “Celeste Aida”, la Fiume conferisce dignità letteraria ad un tristissimo fatto di cronaca verificatosi a Fiumefreddo di Sicilia nel 1933: la piccola Ida, detta “Iduzza” e quindi “Aida” con riferimento all’analogo destino toccato alla protagonista del melodramma di Verdi, viene sepolta viva dal cognato che la temeva in quanto accortasi della tresca tra lui e la madre, ancora giovane e piacente, ma col marito emigrato in America per lavoro. Un “mix esplosivo”, insomma, per la società patriarcale contadina siciliana in piena era fascista: un macabro delitto frutto di una situazione passionale aberrante, ossia una donna sposata che commette adulterio ed addirittura col genero, ossia l’appena ventenne “giovanottino” marito della figlia.

     Dalla drammatica e scabrosa vicenda scaturì il secondo caso in Sicilia di applicazione del Codice Rocco, ossia la condanna a morte del genero, malgrado costui fosse al di sotto di un’età (venticinque anni, ndr) entro la quale veniva solitamente concessa la grazia.

     Ci si trova, dunque, di fronte ad una Sicilia che si caratterizza per ignoranza e mediocrità ed il regime mussoliniano che cerca di instaurarvi ordine e legalità; e, non a caso, i giornali del tempo, abbondantemente consultati dall’autrice (assieme alle carte processuali ed ai “cunti” dei vecchi cantastorie) per ricostruire il fatto nei dettagli, trattarono superficialmente il delitto e la sua maturazione (oggi i vari talk-show televisivi avrebbero, giustamente, scomodato psicologi, criminologi, psicanalisti e sociologi) preferendo concentrarsi sulla conseguente fase del processo onde enfatizzare la “forza della legalità” proveniente dallo Stato.

     In un centinaio di pagine, dunque, Marinella Fiume ha saputo offrire un fedele ed esaustivo spaccato storico della Sicilia degli Anni Trenta, tra mariti che per sostenere la famiglia dovevano necessariamente emigrare, ambienti familiari contadini “degradati” ed una politica fascista maschilista che vedeva nella donna il terreno fertile da “inseminare” per procurare all’Italia nuovi “servitori” e nell’aborto, di conseguenza, un “reato contro lo Stato”.

     Ed, a ragione, qualche avveduto critico letterario ha etichettato l’opera come “romanzo storico noir” dove, però, la linea di confine tra innocenza e colpevolezza è piuttosto impercettibile: alla fine viene condannato l’autore materiale dell’infanticidio, ossia il cognato della piccola Aida, ma anche lui, in realtà, è vittima di un contesto sociale all’insegna dell’ignoranza e della propensione all’alcolismo. E la madre della bambina uccisa? Il raccapricciante epilogo della vicenda prende le mosse dal suo cedimento alla passione carnale, ma il tribunale la assolve sia dall’imputazione di procurato aborto (per insufficienza di prove) e sia da quella di adulterio (perché mancava la querela da parte del coniuge offeso). Ed, in fondo, si può considerare colpevole una donna ancora nel fiore degli anni che, costretta a fare a meno del marito impegnato a lavorare all’estero, cerca “conforto” in un’altra figura maschile?! Sta di fatto che, al di là delle assoluzioni giurisprudenziali e della “pietas” umana, quella madre vedrà per sempre segnata la propria esistenza dall’atroce rimorso di aver indirettamente innescato un meccanismo perverso che ha portato all’eliminazione fisica della propria creatura. Ci si ritrova, dunque, al cospetto di una società interamente perdente (ossia popolata da “vinti” senza nessun “vincitore”), così come nella migliore tradizione della narrativa verghiana.

     Oltre che per i contenuti, questo “romanzo-cronaca” di Marinella Fiume si mostra pure interessante quanto a stile espressivo, elegante e comunicativo al tempo stesso; a rendere originale ed accattivante la narrazione sono anche i numerosi vocaboli e modi di dire in tipico vernacolo jonico-etneo con cui l’autrice ha infarcito i dialoghi tra i protagonisti, senza nulla togliere alla comprensibilità “universale” dell’opera.

     RODOLFO AMODEO

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Commenti Commenti

Commenti presenti: 1

  1. Num: 1 -- 01 Lug 2010 - 14:30,01
    Maria Pia ha scritto...
    Ho letto il libro ed è molto affascinante…Certo la vicenda in sè è davvero raccapricciante, io poi, sono di Fiumefreddo e mi sono trovata più volte dinanzi alla tomba della piccola Ida e al pensare a come sia morta, mi vengono ogni volta i brividi… ma il racconto è portato avanti in modo davvero pulito e avvincente, è da leggere tutto d’un fiato e io ho fatto proprio così!!!!!!! Grazie Marinella Fiume!
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