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21 Giugno 2010

Giornalisti: meglio lavorare per un giornale oppure per un ufficio stampa?...

Un interrogativo "esistenziale" cui tentiamo di dare risposta a seguito di una lettera aperta del collega Emanuele Cammaroto, rivelatrice ancora una volta del malessere della nostra categoria

     Continuiamo ad occuparci dei problemi della categoria giornalistica, che viviamo quotidianamente sulla nostra pelle e che non ci vergogniamo, attraverso questo sito, di palesare ai lettori ed a “chi di dovere”, anche per far capire alla gente quanto c`è di vero e quanto di "falso" (e non sempre per colpa di noi giornalisti...) negli articoli di stampa che vengono propinati all`opinione pubblica.

     Stavolta prendiamo le mosse da una significativa lettera aperta che il collega Emanuele Cammaroto (nella foto), corrispondente da Taormina del quotidiano “La Gazzetta del Sud”, ha recentemente inviato a varie redazioni giornalistiche.

     Personalmente mi sono sentito in dovere di commentarla per il sito Internet "MessinaItalia.it", dopodiché il collega Cammaroto mi ha gratificato inserendo quel mio commento anche nel blog del giornale on-line “La Voce di Taormina” da lui curato.

     Di seguito la lettera aperta di Emanuele Cammaroto ed il mio commento.

 

     LETTERA APERTA DI EMANUELE CAMMAROTO

     Giovedì 10 giugno 2010, alla vigilia del “Tao Film Festival”, mi è stata ufficialmente chiesta disponibilità ad “impiego” con decorrenza immediata dal giorno seguente presso l’Ufficio Stampa di “Taormina Arte”. Ringraziando il “Comitato Taormina Arte”, tuttavia ho ritenuto opportuno non accettare la suddetta proposta.

     Inevitabile è stata la scelta di declinare, con garbo e rispetto ma senza alcuna esitazione, un’offerta alla base della quale non si individuavano dinamiche progettuali né la prospettiva di un adeguato ruolo professionale.

     Chi negli anni ha seguito un suo percorso di crescita umana e giornalistica, riuscendo attraverso molteplici esperienze ad acquisire una certa padronanza nella conoscenza delle logiche territoriali, di persone, cose e fatti, non può pensare di mettere in campo le proprie potenzialità o realizzare le sue legittime ambizioni dando adesione ad estemporanee proposte che ipotizzano il soddisfacimento della persona mediante la formula estiva low-cost di una “chiamata” trimestrale.

     Fermamente convinto che i presupposti di un serio impegno giornalistico debbano essere ben altri e affettuosamente costretto a precisare – a futura memoria e per non confondersi – che nella vita c’è un tempo per tutto e per il sottoscritto il giusto tempo del gregariato-precariato è una stagione ampiamente conclusasi, comunico la mia indisponibilità ad intraprendere qualsiasi forma di impegno che non preveda adeguati ruoli di responsabilità, connessi ad un progetto.

     Non dimenticando importanti e positive esperienze di lavoro e di vita tra le quali i diversi anni già trascorsi proprio all’Ufficio Stampa di “TaoArte”, preferisco rimanere (coerente a quanto già ho ritenuto fare nel 2009) spettatore e osservatore della rassegna.

     La decisione qui espressa è stata pienamente condivisa dal mio quotidiano, la “Gazzetta del Sud”.

     Rivolgendo i più sinceri auguri di buon lavoro ai colleghi e alla struttura tutta, porgo cordiali saluti.

     Emanuele Cammaroto 


     IL COMMENTO DI RODOLFO AMODEO

     Da giornalista che vive sulla propria pelle i problemi della sua professione, desidero rivolgere un sentito “bravo” al collega Emanuele Cammaroto: così come da tempo fa il sottoscritto, anche lui è uscito allo scoperto denunciando il malessere degli operatori della comunicazione, probabilmente la categoria più precaria di un momento storico “precario” per tutti ( o “quasi”…) ed in tutti i sensi.

     Certo: ogni tanto arrivano a turno un po’ per tutti (ma neanche…) i “pannicelli caldi” dell’incarico trimestrale all’ufficio stampa X o nel Progetto Y e… dopo? Come ben sottolinea Emanuele «nessuna dinamica progettuale (affinché quell’occupazione momentanea possa avere un futuro) né la prospettiva di un adeguato ruolo professionale».

     E, magari, il “fatidico” giorno dell’insediamento di quell’ufficio stampa ti trovi di fronte il “megadirettoregalattico” di “fantozziana” memoria (che probabilmente giornalista non lo è nemmeno…) il quale ti dice che “bisogna dare il massimo”, che “occorre impegnarsi anche oltre il normale orario lavorativo”, che “non è consentito sbagliare”, che “non bisogna pensare ad altro”, e via di questo tono.

     E non so come funziona il meccanismo “retributivo” di “TaoArte”, ma solitamente, una volta trascorso quel paio di mesi di frustrante lavoro ed il giornalista va a chiedere le proprie legittime spettanze economiche, ci si sente rispondere che “occorre aspettare”, “non abbiamo liquidità”, “non c’è stato ancora l’accreditamento dei fondi”, “bisogna prima approvare il bilancio dell’ente”, e così via. Morale della favola: ti sei speso generosamente (perché è senza dubbio “generoso” chi onora un posto di lavoro precario e sottopagato) per quell’impegno professionale, ma l’ente cui hai messo a disposizione la tua professionalità, la tua competenza e le tue energie non si preoccupa più di tanto di “ricambiare” con quanto legittimamente (ma prima ancora “moralmente”) ti deve!

     Noto, caro collega Cammaroto, che concludi la tua lettera aperta accennando all’autorevole quotidiano regionale per cui scrivi e che ha (bontà sua!...) pienamente condiviso la tua decisione di declinare la proposta di far parte dell’ufficio stampa di “TaoArte”.

     Bene: ma questa “importante” testata giornalistica, che a te ed a tanti altri corrispondenti dalla provincia dovrebbe… erigere un monumento a testa per la qualità del vostro lavoro e per i conseguenti introiti economici che le derivano, ti retribuisce adeguatamente? Non credo proprio, alla luce del recente sondaggio da cui sono emerse le scandalose “paghette” corrisposte ai giornalisti “freelance”, quali noi siamo, anche da parte di prestigiose testate nazionali (figuriamoci quelle siciliane!...).

     Ed allora, a chi vuole (o può solo) vivere di questo mestiere non resta che “arrabattarsi” tra il centinaio di euro al mese che ti dà l’“importante” testata e le poche migliaia di euro che “una tantum” si riescono a racimolare da un qualche ufficio stampa, sperando che il tutto possa bastare per pagarsi le bollette, per “scarpinare” alla ricerca di notizie e, in linea generale, per condurre un’esistenza dignitosa.

     Cosa fare di fronte a questa squallida realtà? Intanto auspicare un intervento del nostro sindacato di categoria (la F.N.S.I.) che, come prima cosa, potrebbe indire uno sciopero generale dei giornalisti sottopagati, così le pagine se le “riempiono” i vari capiredattore, capiservizio e “figli di papà” col… culo sulla sedia (ma regolarmente contrattualizzati e stipendiati…); purtroppo ci sarà sempre il collega che “gode” solo al cospetto della sua firma in calce all’articolo o il “ragazzino” con la “fregola” di scrivere pezzi per conseguire l’iscrizione all’Albo dei Pubblicisti; ma, a questo punto, dovrebbe intervenire l’Ordine prevedendo per questi “crumiri” delle apposite sanzioni.

     Ciò che prefiguro ed auspico è, dunque, una vera e propria “guerra” tra giornalisti ed editori: a questo punto arrivati è, purtroppo, l’unica drastica soluzione (qualcuno, giustamente, diceva che “non ci può essere pace se non c’è prima una guerra”…) per risolvere una volta per tutte un problema che si trascina ormai da decenni, ossia da quando gli organi di stampa hanno cominciato ad “aprire” le loro pagine anche alle cronache dalla provincia: in pratica, a noi "provinciali" è stato chiesto di “riempire” quotidianamente queste pagine, ma, “stranamente”, i contratti di lavoro in qualche modo "seri" sono rimasti appannaggio esclusivo dei colleghi che scrivono dalla città (ossia da dove il giornale ha la sua sede), molti dei quali si considerano o vengono considerati giornalisti “di serie A”, ossia di rango superiore a noi “di serie B” che, invece, meriteremmo il massimo rispetto, anche perché lavoriamo dalle nostre case (tu a Taormina, io a Francavilla di Sicilia, ecc.) e con in nostri mezzi, anziché occupare le stanze, i computer ed i telefoni delle redazioni centrali.

     Ed in questo contesto, non posso fare a meno di ringraziare e portare a modello il “maestro” Giuseppe Messina (ex “Rai” e “Giornale di Sicilia”): mi chiamò, alla fine degli Anni Novanta, per curare la pagina di cronaca dai Comuni della Valle dell’Alcantara per il nuovo quotidiano messinese “Il Corriere del Mezzogiorno”, da lui fondato e diretto, facendomi stipulare un dignitoso contratto di lavoro (detto in gergo “Articolo 2”) grazie al quale ho potuto avere accesso a Roma agli esami di abilitazione a giornalista professionista. Il direttore Messina, pertanto, è stato l`unico responsabile "illuminato" di un giornale che sino ad oggi ho incontrato sulla mia strada in quanto, cosciente del lavoro svolto dai cronisti della provincia, garantì a questi ultimi gli stessi contratti (né una lira in più e né una lira in meno) di chi scriveva dalla città o svolgeva attività redazionale. Era allora che non mi perdevo un Consiglio Comunale dei vari paesi di cui ero stato chiamato (dignitosamente retribuito dal mio editore) ad occuparmi; era allora che (dignitosamente retribuito dal mio editore) seguivo tutti gli eventi (convegni, mostre d’arte, spettacoli, ecc.) promossi dalle varie associazioni della mia zona. E quel giornale, con l`informazione capillare che riusciva a garantire dalle varie aree territoriali della provincia di Messina, aveva successo, ma venne “affossato” (ossia costretto a chiudere) probabilmente dai soliti "potentati" editoriali che continuano, nonostante tutto, ad essere dei “miti” sia per i lettori che per noi giornalisti (e tanti di noi del “Corriere del Mezzogiorno”, affetti dalla cosiddetta “Sindrome di Montanelli” e con la tendenza ad essere sempre insoddisfatti ed a seminare zizzania, hanno remato contro quell’iniziativa che ci dava il “pane”, per poi ritrovarsi a… chiedere l’elemosina sul Viale S. Martino!). Sta di fatto che a quel “Corriere del Mezzogiorno” c’eravamo dei giornalisti veramente liberi: percepivamo un milione e mezzo al mese (di vecchie lire) a testa e ce ne “fottevamo” di risultare "scomodi" al sindaco Tizio o all’imprenditore Caio, per cui tentavamo realmente di scrivere la cosiddetta “verità”.

     Oggi, invece, con le “prestigiose testate regionali” che ti danno un centinaio di euro al mese, il corrispondente (a meno che non sia una persona benestante) deve sempre preoccuparsi di “leccare il culo” al politico locale o all’imprenditore che gli danno (o potrebbero dargli) il posto di addetto stampa o un qualsivoglia incarico in maniera tale da poter integrare la misera “paghetta” che gli elargisce l’editore. E ci si chiede: così facendo ci potrà mai essere un`informazione effettivamente libera ed obiettiva (nel senso di avere il "coraggio" di criticare il politico o l’imprenditore e di scoprirne gli "altarini")?! Probabilmente è preferibile "abbeverarsi" ai blog su Internet o ai “giornalini” locali (sicuramente più liberi ed intellettualmente onesti) anziché ai “colossi” dell’informazione, compromessi con i vari “potentati” (e sì...: perché i loro stessi editori sono contenti, e spesso ci mettono i mezzi..., quando i rispettivi giornalisti prendono soldi da qualche altra parte, così tutti sono "felici" e nessuno si lamenta...).

     Tornando al nostro discorso, caro collega Cammaroto, il paradosso è che per il, sia pur precario, lavoro negli uffici stampa percepisci tra i cinquecento ed il migliaio di euro (a quando te li danno…), mentre per il lavoro sul giornale, dove hai lo “stress” quotidiano di cercarti le notizie, di andare a fare interviste ed inchieste e di rischiare di beccarti le querele, ti danno appena qualche centinaio di euro al mese: molto più conveniente, dunque, redigere ed inviare un “asettico” comunicato stampa sul concerto del cantante Tizio o sull’anteprima cinematografica del regista Caio piuttosto che “fare giornalismo” (con i conseguenti costi e rischi) per conto degli editori privati (ma che ricevono milioni di euro di finanziamenti dal settore pubblico…).

     Che dire?! Forse è meglio “TaoArte” che, almeno, un ufficio stampa lo prevede ogni anno, piuttosto che i sindaci ed assessori comunali vari che ti telefonano per pubblicare le loro “gesta” ogni qualvolta… vanno a fare la pipì, senza minimamente preoccuparsi di dotare il loro ente di un addetto stampa…

     RODOLFO AMODEO

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