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19 Ottobre 2011
Una “piccola grande” ricetta contro la crisi dell’editoria locale
I giornali a diffusione provinciale sono “agonizzanti”, pur dando voce ai territori periferici ed ai suoi “attori”. Ma basterebbero poche migliaia di euro a Comune per farli sopravvivere dignitosamente mantenendosi liberi ed autonomi. Vediamo come...
Ho tristemente appreso che una “storica” testata giornalistica della provincia di Messina sta per cessare le pubblicazioni a causa della generalizzata crisi economica che colpisce, in primo luogo, le attività intellettuali, quali quelle legate al mondo dell’informazione. Si tratta di un periodico nato ventinove anni fa come settimanale e poi via via, proprio a causa delle difficoltà finanziarie, trasformatosi in quindicinale e, adesso, in procinto di ridursi a mensile. Ma c’è di più: il suo stesso editore auspica pubblicamente (vedi l’editoriale da lui firmato sull’ultimo numero) di chiudere definitivamente i battenti nel 2012, anno del trentennale di questa testata che ha dato modo a diverse decine di aspiranti giornalisti di formarsi e di ottenere l’accesso al relativo albo professionale.
Morale della favola: in Italia (alla faccia di chi dice di combattere contro i monopoli e le posizioni dominanti...) sono destinati a sopravvivere solo i “colossi” editoriali e radiotelevisivi nazionali e regionali (Rai, Mediaset, Corriere della Sera, Repubblica, Il Messaggero di Roma, La Stampa di Torino, La Sicilia, La Gazzetta del Sud, ecc.), mentre alle “umili” testate periodiche locali, che danno voce ai territori periferici ed a chi li abita (trascurati dai mass media “che contano”) non resta che rassegnarsi ad una lenta ed inesorabile agonia.
Si potrebbe obiettare che ormai le notizie si possono tranquillamente attingere da Internet anziché spendere soldi in edicola. Ma, a parte il fatto che nonostante l`enorme diffusione registrata negli ultimi anni dal Web ci sono ancora milioni di italiani che non hanno dimestichezza col computer, chi ci dice che chi appronta un website o un semplice blog sia un giornalista in grado di informare la gente in maniera corretta?
Di giornali online che si occupano di cronaca locale ne conosco ed apprezzo diversi (alcuni li ho pure linkati a questo mio sito), che so anche essere diretti da validissimi colleghi regolarmente iscritti al nostro albo professionale; ma, se ci si fa caso, essi si “alimentano” di notizie e servizi già prodotti per i normali giornali cartacei; scomparendo questi ultimi, dunque, va a finire che anche questi “nipotini” di nuova generazione non avranno più di che pubblicare, a meno che (cosa alquanto improbabile...) non mettano mano al portafogli per assoldare dei giornalisti che producano articoli “nuovi di zecca”.
Finiamola, dunque, con il retorico luogo comune che “ormai è solo il Web a fare informazione”! La cosiddetta “Rete” costituisce sicuramente una grossa e preziosissima opportunità (di cui pure il sottoscritto si avvale abbondantemente), ma non si può pretendere di qualificare “notizia” una semplice informazione proveniente da un iscritto a Facebook o a Twitter: comunicare (con un linguaggio adeguato) ed informare (con l’adeguata competenza) sono “arti” che solo un giornalista sa esercitare dopo un impegnativo percorso professionale svolto presso quelle testate “tradizionali” (sotto la guida di direttori e redattori in grado di insegnare il “mestiere”) che adesso, a causa della devastante crisi economica, sono costrette a cessare le pubblicazioni.
Mi chiedo dunque: chi saranno i giornalisti del domani? Forse i nuovi “comunicatori” che si aprono un profilo su un qualsiasi social-network, senza aver mai sentito parlare di “verifica delle fonti”, “diffamazione a mezzo stampa”, “limiti a tutela della privacy”, “Carta di Treviso”, “obbligo di usare sempre il condizionale prima di una sentenza definitiva”, “capacità di sintesi”, “chiarezza espositiva”, ecc.?!...
In tanti già direte: «Senti chi parla: uno che utilizza Internet al punto da aver messo su un suo website personale!...». Certamente: ma questo mio spazio telematico non mi sarei mai azzardato a realizzarlo se qualcuno non mi avesse insegnato a fare il “comunicatore”; cosa, quest’ultima, cui si approda dopo una lunga gavetta, che il sottoscritto ha svolto anche presso la redazione della testata giornalistica di cui sopra, purtroppo in procinto - come accennavo - di chiudere i battenti.
Vien, dunque, da chiedersi di chi è la colpa se un giornale è costretto a “spegnersi”. Non certo del cosiddetto “mercato”, visto che in Italia, allo stato attuale, un “mercato” non esiste in quanto al commerciante, all’artigiano o al piccolo-medio imprenditore (con tutti i problemi che hanno…) non si può certo chiedere di acquistare costosi spazi pubblicitari, né è possibile ipotizzare che vendendo tale prodotto editoriale ad un euro a copia nelle edicole si possano coprire i costi di realizzazione dello stesso (nemmeno se si dovesse registrare il tutto esaurito).
Dovrebbero, quindi, provvedere gli enti pubblici (Comuni, Province, Regioni, ecc.), magari in forza di una qualche legge nazionale che imponga loro di garantire il sostegno alle attività editoriali e di comunicazione. Purtroppo, però, sapete che succede? Che quando un sindaco o, in genere, un pubblico amministratore si mostra sensibile a tali problematiche e stanzia qualche “misero” migliaio di euro per acquistare uno spazio promozionale su un giornale locale o per conferire l’incarico di addetto-stampa a qualche “disgraziato” giornalista di quest’ultimo, ci sono sempre il “solito” consigliere d’opposizione “puritano” ed il “solito” cittadino “moralista” che gridano allo scandalo, paventando “sprechi e favoritismi”, giornalisti che si “vendono” e “bavagli” all’informazione, quando poi quello stesso consigliere comunale “puritano” e quello stesso cittadino “moralista” si sono serviti, per dare risalto alle rispettive “gesta ed opinioni”, di quel giornale (da loro chiamato dispregiativamente “giornalino”…) e di quel suo giornalista (che considerano un “povero nullafacente” sol perché non esercita le classiche professioni di ingegnere, medico o avvocato…).
Ed allora, in questo generalizzato clima di leggi “salvaquesto” e “salvaquellaltro”, sforziamoci di partorire anche una legge che permetta agli organi d’informazione (specie quelli medio-piccoli a diffusione provinciale e locale) di sopravvivere, consentendo loro di dare democraticamente voce alle varie componenti della società, garantire posti di lavoro e favorire occasioni di formazione professionale per gli aspiranti operatori della comunicazione. Basterebbe una semplicissima norma così formulata:
«Onde garantire la diffusione, la libertà e la capillarità dell’informazione anche nelle aree territoriali più marginali, gli enti locali devono destinare la percentuale “tot” (da decidere) dei loro bilanci economico-finanziari annuali alle testate giornalistiche locali diffuse nei rispettivi territori da almeno un “tot” (anche questo da decidere) di anni (altrimenti ci sarebbe la “corsa” a fondare nuovi giornali solo per ricevere questi finanziamenti ), che vengono edite a cadenza regolare (altrimenti verrebbero aiutate anche le tante pubblicazioni sporadiche che rispondono più che altro ad esigenze di raccolta pubblicitaria senza fare effettiva informazione nell’interesse del cittadino) e che hanno sempre dimostrato di perseguire una linea editoriale al servizio delle varie comunità rientranti nei rispettivi bacini di lettori (questo escluderebbe l`erogazione di tali finanziamenti a giornali di settore, come le riviste specializzate che interessano solo ristrette nicchie di lettori, o politicamente orientati che, come tali, non si occupano di cronaca “tout-court”, bensì di aspetti delle realtà locali visti solo da una determinata angolazione ideologica e/o partitica)».
Ritengo essenziale evidenziare l`aspetto forse più “straordinario” (per non dire “rivoluzionario”...) di tale auspicabile normativa: trattandosi di un obbligo imposto dalla legge, le varie testate beneficiarie potranno continuare a conservare la loro autonomia e libertà d’espressione in quanto i contributi che ricevono non sono “gentili liberalità” del sindaco Tizio o dell`assessore Caio, bensì elargizioni comunque dovute, senza che chi le eroga possa pretendere nulla in cambio (al limite si può prevedere l`obbligo della pubblicazione gratuita di un certo quantitativo di spazi pubblicitari sugli eventi e le iniziative varie organizzate annualmente dagli enti eroganti).
Sarebbe altresì doveroso, a fronte di tali elargizioni, obbligare gli editori a contrattualizzare e mettere in regola i loro redattori e corrispondenti, retribuendoli sulla base delle tariffe fissate dal Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro Giornalistico (solamente, però, quelli che fanno questo mestiere in via esclusiva ed a tempo pieno, e non anche gli insegnanti, i pubblici impiegati ed i liberi professionisti che hanno altre fonti di reddito e collaborano ai giornali per "passatempo” o "per la gloria”).
Adesso, per dimostrare la fondatezza di quanto fin qui asserito, mi sembra giusto fare i classici “quattro conti della massaia”:
- consideriamo una provincia italiana “tipo”, che conta in media settanta Comuni;
- per semplificare ipotizziamo che i Comuni hanno bilanci uguali e, quindi, uguale disponibilità finanziaria, mentre la città capoluogo, avendo un maggior numero di abitanti, gode di maggiori risorse;
- consideriamo, quindi, che ogni Comune, sulla base della percentuale fissata da questa legge, viene obbligato a destinare alla stampa locale una modestissima cifra pari, ad esempio, a cinquemila euro l`anno (ossia quanto viene sborsato per un banale spettacolino di musica leggera in occasione delle manifestazioni estive), mentre la città capoluogo, essendo più “ricca”, deve destinare cinquantamila euro;
- consideriamo che moltiplicando e sommando il tutto (5mila euro per 69 Comuni + 50mila euro provenienti dalla città capoluogo) si ottengono 395mila euro (di cui 345mila dall’insieme dei Comuni e 50mila dalla città capoluogo);
- considerando che le testate giornalistiche a diffusione locale ed a cadenza periodica (solitamente settimanali o mensili) edite da un certo numero di anni sono, in una singola provincia, in numero massimo di quattro-cinque, ecco che ad ognuna spetterebbero intorno ad ottantamila euro l`anno, una cifra che consentirebbe di poter affrontare i costi di stampa e di retribuire dignitosamente, per ogni testata, un paio di giornalisti e diversi collaboratori.
C’è pure da considerare che nel suddetto calcolo sommario ed esemplificativo non abbiamo tenuto conto dei contributi economici che sarebbero tenuti a versare anche le Amministrazioni Provinciali, gli Enti Parco, le Unioni dei Comuni e tutti gli altri organismi pubblici locali e comprensoriali che si servono degli organi d’informazione operanti sul territorio per divulgare le rispettive attività.
Nulla toglie, inoltre, che a beneficiarie di tali contributi possano essere pure le piccole emittenti radiotelevisive locali, anche se - a quanto mi risulta - la crisi sta investendo maggiormente il settore della carta stampata (per radio e tv locali, peraltro, c`è già stata una “selezione naturale” dovuta soprattutto alle limitazioni nel rilascio delle concessioni, e quelle rimaste a trasmettere appartengono, per lo più, agli stessi “potentati” detentori dei quotidiani regionali).
Cosa ne pensate? Il concetto è molto semplice: visto che tutti, con in testa i nostri politici (sia di Destra, sia di Centro e sia di Sinistra), ci riempiamo la bocca di nobili espressioni come “importanza della comunicazione”, “pluralismo dell’informazione” e “salvaguardia dell’occupazione”, ecco che la “leggina” di cui sopra consentirebbe agevolmente di dare concretezza a tali “slogan” facendo prendere i cosiddetti “due piccioni con una fava”: da un lato, infatti, si assicurerebbe la sopravvivenza di tanti strumenti democratici di comunicazione, e dall’altro si garantirebbero delle possibilità di lavoro ai giornalisti già esistenti nonché ai tanti giovani che vorrebbero avvicinarsi a tale professione.
E non ci si venga a dire che, sollecitando la suddetta legge, noi giornalisti siamo dei “parassiti” che vogliamo campare “a sbafo” con i soldi dei cittadini! E’ vero o non vero che l’informazione è un bene immateriale primario di uno Stato che vuol considerarsi civile e democratico, così come sancisce il “famoso” articolo 21 della Costituzione italiana?! E’ vero o non è vero che, a livello locale, i politici di tutti gli schieramenti si rivolgono all’“umile” corrispondente di paese affinché venga data risonanza alle loro esternazioni?! E’ vero o non è vero che il corrispondente locale, tramite la sua “penna”, fa conoscere e valorizza le migliori risorse umane (artisti, intellettuali, uomini impegnati nel sociale, ecc.) espresse da una comunità, altrimenti destinate a rimanere nell`anonimato?! E’ vero o non è vero, dunque, che i nostri modesti “giornalini” provinciali costituiscono un baluardo di pluralismo e democrazia?!
A questo punto è oltremodo evidente che un’azienda editoriale è sì un’azienda privata, ma espleta un ruolo di servizio pubblico e, come tale, in tempi di crisi come quelli attuali merita di ricevere un sostegno da parte delle pubbliche istituzioni le quali, sino a prova contraria, dovrebbero rappresentare gli interessi della collettività (nel caso di specie l’insopprimibile interesse all’informazione ed alla comunicazione).
La nostra classe politica, pertanto, non pensi solo a finanziare una miriade di “enti di formazione professionale” e sedicenti “strutture di sviluppo”, e non si preoccupi di sanare unicamente i bilanci di aziende che producono beni materiali: anche le testate giornalistiche locali producono occupazione, formazione e sviluppo e, soprattutto, incrementano la partecipazione democratica alla vita pubblica ed il senso di appartenenza ad un determinato territorio.
RODOLFO AMODEO
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