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18 Febbraio 2012
C’è un “cuore” che batte sotto il Vulcano: la Ciliegia dell'Etna
L’Unione Europea ha conferito l'ambìto marchio di qualità “Dop” al prelibato frutto prodotto in ventitré Comuni della provincia di Catania. Un successo per il Consorzio di Tutela guidato dall'ex assessore regionale Salvino Barbagallo
Sotto il Vulcano batte un piccolo-grande… cuore: è la Ciliegia dell’Etna, che tra le sue peculiarità presenta una forma evocante l’importantissimo organo vitale e che, da qualche giorno, può fregiarsi dell’ambito marchio “D.O.P.” (Denominazione di Origine Protetta), ossia il riconoscimento di qualità assegnato a quegli alimenti le cui caratteristiche dipendono essenzialmente o esclusivamente dal territorio da cui provengono in considerazione di fattori (quali il clima e le tecniche di produzione tramandate nel tempo) che combinati insieme consentono di ottenere cibi non producibili al di fuori di una determinata area territoriale.
L’“oro rosso” dell’Etna si produce nelle campagne ricadenti nei territori di ben ventitré Comuni della provincia di Catania orbitanti attorno al Vulcano, ovvero: Randazzo, Castiglione di Sicilia, Linguaglossa, Piedimonte Etneo, Fiumefreddo di Sicilia, Mascali, S. Alfio, Milo, Giarre, Riposto, Zafferana Etnea, S. Venerina, Trecastagni, Acireale, Aci S. Antonio, Viagrande, Pedara, Nicolosi, Belpasso, S. Maria di Licodia, Ragalna, Biancavilla ed Adrano.
L’ufficializzazione del conferimento della “Dop” a questo prelibato frutto è avvenuta nel corso di un’apposita conferenza tenutasi negli uffici di Taormina (frazione Trappitello) di “Suolo e Salute”, ossia l’organismo nazionale di controllo e certificazione biologica, agroalimentare ed ambientale, il cui distaccamento siciliano è diretto dal dottore agronomo Pancrazio Valastro. Con quest’ultimo ed i suoi tecnici e collaboratori era presente l’On. Salvino Barbagallo, ex assessore regionale, nella sua veste di presidente del Consorzio di Tutela “Ciliegia dell’Etna”, il quale ha ripercorso la storia di tale associazione di produttori, avente il merito di essersi intestata la lunga “battaglia” che ha condotto all’agognato riconoscimento di qualità.
«Undici anni fa – ha ricordato Barbagallo – rilevai un’azienda agricola che produceva ciliegie. Da allora ho iniziato ad interessarmi a tale comparto, anche perché mi faceva rabbia constatare che raccogliere questo frutto da noi costava un euro al chilo, mentre le ciliegie che arrivavano da qualche Stato estero venivano vendute sul mercato ad appena cinquanta centesimi. Così, nel 2003, insieme ad altri produttori costituiamo un’apposita associazione, che l’anno dopo trasformiamo in consorzio avviando contestualmente l’iter per poter ottenere la “Dop”. E’ nel 2006 che ci viene dato il riconoscimento transitorio, valevole limitatamente all’Italia, mentre alla “Dop” definitiva, assegnata dall’Unione Europea su proposta del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, siamo approdati qualche mese fa, grazie anche all’interessamento dell’eurodeputato ed ex assessore regionale all’Agricoltura Giovanni La Via. La prossima imminente scadenza è quella del 20 febbraio, data entro la quale noi produttori dobbiamo aderire al piano di controllo di “Suolo e Salute”, che è l’ente avente il compito di certificare l’autenticità e la tracciabilità della Ciliegia dell’Etna e, quindi, la sua tipicità. Il traguardo che abbiamo raggiunto in dieci anni di costante, meticoloso ed appassionato impegno ci inorgoglisce e, personalmente, lo considero un omaggio al mondo agricolo etneo ed, in particolare, alle mie origini contadine».
Nel corso dell’incontro nella sede regionale di “Suolo e Salute” a Taormina, l’ispettore agronomo Antonio Di Luca Cardillo, responsabile dei marchi di qualità, ha illustrato le caratteristiche peculiari che rendono “unica” la Ciliegia dell’Etna, essenzialmente riconducibili ai fattori della croccantezza, della spiccata fragranza, della dolcezza non stucchevole, della lunga durata, del colore rosso brillante e, come prima si accennava, del “romantico” aspetto a forma di cuore.
La “cultivar”, ossia la “razza” da cui è derivata la Ciliegia dell’Etna, è la cosiddetta “Mastrantoni” (dal nome di un avvocato che si chiamava Antonio il quale la produsse per la prima volta in un suo podere di Trecastagni).
Attualmente gli associati nel consorzio di tutela “Ciliegia dell’Etna” sono venticinque e la produzione annua del frutto in questione ammonta a circa mille quintali. «Ma si tratta di cifre – ha auspicato il presidente Barbagallo – che, anche grazie alla “Dop”, pensiamo possano presto aumentare».
RODOLFO AMODEO
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