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10 Aprile 2010

Vincenzo Todaro: da Trappitello alla ricerca dell’Arca

Il geniale inventore e pittore ha individuato in una zona del Nord Africa il luogo dove si troverebbe il relitto pietrificato dell’imbarcazione biblica. E sta anche mettendo a punto il modello di un velivolo con “prestazioni” da disco volante

     Torna a far parlare di sé il geniale ricercatore ed inventore Vincenzo Todaro il quale, ormai da diversi anni, ha fissato dimora nella sua sontuosa villa nella frazione taorminese di Trappitello dopo aver vissuto tra Parigi, Amsterdam e Londra. Todaro, originario di Montalbano Elicona, è anche un quotato pittore (conosciuto col nome d’arte di “Brasella”), ma all’estro creativo affianca gli interessi scientifici ed uno spiccato senso della razionalità che lo portano spesso ad avere sensazionali intuizioni riguardo ai grandi misteri della storia ed alle curiosità ancora insoddisfatte dell’umanità.

     Negli ultimi tempi ha concentrato le sue indagini sulla leggendaria “Arca di Noè”, ossia l’immensa imbarcazione con la quale il patriarca biblico avrebbe portato in salvo tutti gli esseri viventi sottraendoli al diluvio universale e di cui ci si affanna a cercare il relitto. Sulla base degli studi tradizionali, esso si troverebbe in Turchia sulla vetta del monte Ararat: lo si dovrebbe evincere da una macchia nera e sfocata rilevabile tramite foto aeree e satellitari, ossia gli unici mezzi che, a tutt’oggi, l’uomo ha a disposizione per scandagliare tale particolare area del territorio turco, estremamente difficile da raggiungere. I dubbi, però, sono ancora tanti ed in parecchi considerano l’ipotesi poco credibile.

     Ma con Vincenzo Todaro la questione torna d’attualità grazie ad un episodio del tutto casuale. «Stavo sfogliando un po’ distrattamente – racconta l’eclettico personaggio – una rivista italiana e, ad un certo punto, lo sguardo mi è caduto su una pagina contenente una foto a colori scattata da un aereo su una vasta distesa di altopiani di una località del Nord Africa alle falde del deserto del Sahara. Ebbene: in una porzione d’immagine mi accorgo dell’esistenza di una sagoma ben delineata che evoca in maniera inequivocabile una grossa imbarcazione pietrificata lunga circa centottanta metri, larga trenta ed alta venti. Si nota anche una parte della paratia distrutta, come se il legno fosse stato divelto per essere impiegato in altri scopi (magari accendere il fuoco), mentre a poppa il timone appare spezzato a seguito, probabilmente, dell’urto contro le rocce. Così, tramite ricerche in Internet e la visione di foto satellitari, sono riuscito a scoprire l’esatta ubicazione di tale sito che, però, mi guardo bene dal rivelare fin quando le autorità cui mi sono rivolto non presteranno al caso l’attenzione dovuta. Per quanto mi riguarda, non ho dubbi: si tratta dell’Arca di Noè, e mi meraviglio del fatto che nessuno abbia mai notato quella sagoma».

     Qualora l’intuizione del maestro Todaro dovesse rivelarsi azzeccata, ci si troverebbe dinnanzi alla “notizia del secolo”. Ma come fare per verificare il tutto? «La cosa essenziale da fare – sottolinea lo scopritore – è, ovviamente, l’organizzazione di una spedizione scientifica sui luoghi, di cui non si può certamente far carico il sottoscritto anche perché, vista la particolare zona in cui bisogna operare, sarà necessaria l’attivazione di adeguati canali diplomatici con i governi africani locali. Purtroppo, come l’esperienza mi insegna, le pubbliche istituzioni sono alquanto “pigre” e refrattarie alle novità: si prendono contatti e si inviano lettere, ma quasi mai si ricevono risposte».

     Ed, in effetti, ricordiamo quando, alcuni anni addietro, Vincenzo Todaro elaborò un originalissimo progetto per il Ponte sullo Stretto di Messina, dotato di accorgimenti tali (in particolare un sistema “a molle” simile alla struttura dei moderni materassi) da mettere al riparo il lungo viadotto sul mare dai movimenti tellurici e dalle oscillazioni determinate dalle correnti ventose. L’ingegnoso ed interessantissimo studio venne inviato dal suo autore a ministeri, società ingegneristiche e svariati altri enti ed organismi coinvolti nella realizzazione dell’opera, ma nessuno si degnò di prenderlo in considerazione.

     In questi anni, comunque, Todaro ha anche tentato di squarciare il fitto mistero che avvolge l’apparentemente inspiegabile procedimento di costruzione delle piramidi d’Egitto (ma pure in questo caso si guarda bene dal divulgare gli esiti della ricerca) ed, attualmente, è alle prese con l’ideazione di una macchina elicoidale con propulsione ad elettromagnetismo; una volta messa a punto, quest’ultima invenzione potrebbe schiudere nuovi orizzonti sul fronte della mobilità aerea consentendo di percorrere tragitti lunghissimi in tempi oltremodo ridotti.

     Potremmo, quindi, essere ad un passo dalla scoperta del funzionamento dei cosiddetti “dischi volanti” (o “Ufo”), ossia le presunte astronavi aliene provenienti da altri mondi e che attraverserebbero con disinvoltura i nostri cieli, mentre l’uomo è a stento riuscito a mettere piede sulla “vicinissima” Luna. «Potrebbe anche darsi», commenta al riguardo l’inventore, senza sbilanciarsi più di tanto. «Per quanto concerne le presenze extraterrestri sul nostro pianeta - prosegue Todaro - ho le mie idee. Ritengo, sostanzialmente, che gli abitatori di altre galassie potrebbero venire da noi non per farci del male, ma semplicemente per approvvigionarsi di quegli elementi di cui il nostro pianeta è ricco e che, invece, a loro mancano. Devo ammettere, comunque, che per costruire questa nuova “macchina volante” mi è stato utile lo studio dei cosiddetti “crop circles”, ossia i “cerchi nel grano”: quei suggestivi disegni impressi sul terreno che testimonierebbero l’atterraggio di dischi volanti, mi hanno offerto degli spunti interessanti…».

     RODOLFO AMODEO

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