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18 Settembre 2011

Francavilla di Sicilia: “L’Arte incontra l’Artigianato” a Palazzo Cagnone

L’antico edificio ha ospitato una ricchissima e variegata mostra che ha evidenziato gli aspetti creativi ed, in qualche caso, “geniali” degli umili mestieri di una volta, oggi pressoché scomparsi o “modernizzatisi” per stare al passo con i tempi

     Utilizzando gli spaziosi ed eleganti ambienti espositivi dell’antico Palazzo Cagnone, l’Amministrazione Comunale di Francavilla di Sicilia (guidata dal sindaco Salvatore Nuciforo e per la quale il sottoscritto sta curando i servizi di comunicazione e promozione dell`immagine) prosegue nell’intento di valorizzare al meglio i talenti e le personalità creative locali. Così, per l’intera estate 2011, l’ampio salone d’ingresso del grande e pregevole immobile ha ospitato la mostra “L’Arte incontra l’Artigianato”.

     L’iniziativa, organizzata in collaborazione con l’associazione “Pro Loco”, mirava ad evidenziare il fascino e la creatività degli antichi mestieri, effettivamente da considerare autentiche forme di espressione artistica. Convinto assertore di tale principio è, in particolare, Pippo Patanè, noto artista figurativo (pirografatore) francavillese che ha curato l’allestimento dell’evento insieme all’operatrice culturale Nella Manitta ed al coordinatore generale Angelo Varrica (è questa la terza Collettiva di Palazzo Cagnone che porta la loro “firma” dopo quelle precedenti svoltesi nei mesi scorsi, rispettivamente a Natale 2010 ed in primavera).

     «Il panettiere che impasta acqua e farina o la sarta che taglia e cuce – sottolinea il maestro Patanè – compiono atti che passano ogni giorno inosservati. Ma, in realtà, è proprio in quegli apparentemente semplici e banali momenti che avviene l’incontro tra il pensiero creativo e l’azione materiale delle nostre braccia e delle nostre mani: è lì, insomma, che, ricollegandoci allo “slogan” che ha ispirato questa manifestazione, l’arte incontra l’artigianato».

     La ricca e variegata esposizione di Palazzo Cagnone ha fatto, altresì, risaltare il processo evolutivo che ha portato l’artigianato classico ad adeguarsi alle esigenze ed ai sistemi produttivi della società contemporanea (come il sarto che si è ormai trasformato in stilista) ed alle moderne tecnologie, come nel caso della nuova professione del webmaster (anch’essa presente alla mostra tramite Fabrizio Raneri, artefice di questo sito), necessaria a “costruire e modellare” quell’ormai indispensabile realtà immateriale che è Internet.

     Per ognuno degli espositori, Pippo Patanè ha elaborato degli scritti con testi didascalici che ne riportavano sinteticamente la biografia e la descrizione delle rispettive attività; ma, in alcuni casi, questi “fogli” (che pubblichiamo di seguito) costituivano anche dei preziosi documenti sul passato e sulla storia di Francavilla in quanto il curatore della mostra si è preoccupato, sia attingendo ai personali ricordi d’infanzia e sia conducendo una scrupolosa ricerca sul territorio, di rievocare le figure dei “gloriosi” concittadini artigiani di una volta, citandone i simpatici nomignoli e raccontando i gustosi aneddoti che li caratterizzavano (ma l’autore, dotato di senso dell’umorismo, si è spinto anche ad ironizzare su un “mestiere” del nuovo millennio, quale quello dello… scommettitore incallito).

     Questi i nomi degli artisti-artigiani francavillesi contemporanei protagonisti della recente Collettiva di Palazzo Cagnone: Roberto Catalano (marmista), Susanna Catalano (scultrice), Antonietta Ceccio (sarta), Francesco Consalvo (maestro d’arte e ceramista), Vincenzo De Francesco (scultore del legno), Andrea Giusa (architetto specializzato in restauro conservativo), Giuseppe Grillo (restauratore), Maurizio Lombardo (calzolaio), Salvatore Merlo (stilista), Marina Paparo (designer di moda), Salvatore Randazzo (scultore della pietra), Fabrizio Raneri (webmaster), Franca Russo (ricamatrice), Mariella Tornatore (cartapestaia), Gloria Torrisi e Vincenzo Campanella (studenti di intarsio).

     Accanto alle loro produzioni, proprio a sottolineare l’“incontro” tra arte ed artigianato, erano esposte anche quelle di diversi artisti figurativi locali, ovvero Giuseppe Addotta, Nicolò Di Salvo, Roberto Fradale, Elena Lo Presti, Salvatore Maugeri, Mirella Musumeci, Grazia Papa, Giulio Torrisi, la piccola Silvia Naro e gli organizzatori Pippo Patanè (pirografatore) ed Angelo Varrica (pittore).

     E pure ai semplici visitatori è stata data la possibilità di esprimere il proprio estro creativo mettendo loro a disposizione due grandi pannelli su cui tracciare disegni in assoluta libertà.

     Pubblichiamo di seguito le interessanti note illustrative, elaborate per l’occasione dal maestro Pippo Patanè, sui vari espositori e le rispettive attività artigiane (di quella relativa alla preparazione del pane è, invece, autore l’insegnante ed esperto in antiche tradizioni locali Luciano D’Arrigo). 

     Infine, nelle novanta IMMAGINI ALLEGATE è possibile passare in rassegna i vari settori della mostra, i lavori e gli allestimenti (ed in qualche caso anche i volti) degli artigiani espositori, foto d`epoca nonché alcune opere degli artisti figurativi partecipanti all’iniziativa.

     RODOLFO AMODEO

 


 

L’ARTIGIANATO A FRANCAVILLA DI SICILIA, di Pippo Patanè

LA PAZIENZA DEL CANESTRAIO
A pacienzia javi un limiti” si dice spesso parlando della tecnica alla base di quest’arte; perché di arte si tratta oltre che di artigianato. Lo sapeva bene la buonanima di don Filippo Abate, esperto intessitore di verghe e canne, quando si applicava con devozione alla realizzazione di un cesto o di un “cannizzu”.
Il materiale usato consisteva in canne e verghe di salice, olmo ed olivastro, tutte ricchezze naturali dei nostri luoghi, proliferanti in particolare nelle adiacenze dei fiumi San Paolo, Zavianni ed Alcantara.
Oggi il guadagno che si ricaverebbe da tale attività non compensa il tempo che occorre per realizzare questi tipi di oggetti.

LA SARTA, UN LAVORO DI PRECISIONE “RACCONTATO” DA ANTONIETTA CECCIO
Come ci riferisce una professionista del settore, quale la signora Antonietta Ceccio, il mestiere di sarta è uno di quelli in cui devi essere molto preciso ed anche saper adoperare bene le forbici per ottenere un taglio d’abito perfetto. Solo una lunga esperienza t’insegna che occorre utilizzare al meglio gli attrezzi da lavoro, perché attraverso questi si riesce a portare a compimento in maniera egregia la manifattura dei vari capi d`abbigliamento. E non si deve dimenticare che nella realizzazione di ogni abito bisognerebbe anche metterci un po` di creatività e molto gusto.
Sono tanti i materiali e gli attrezzi di cui si serve la sarta: la carta da modello, il gessetto, il ditale, le forbici, il rocchetto, gli spilli e l’ago (tanto per citarne alcuni).
A parte la fantasia, per realizzare un modello d’abito bisogna seguire un ben determinato procedimento. Innanzi tutto occorre annotare con estrema precisione le misure (lunghezza totale, circonferenza vita, circonferenza fianchi, larghezza spalle dietro e davanti, lunghezza manica) del cliente. Le misure saranno utilizzate per l`elaborazione del modello su carta per poi essere riportate su stoffa. Una volta tagliato, il modello viene imbastito e montato su un manichino; successivamente si aggiungeranno le maniche e le rifiniture; quindi sarà cucito e confezionato, pronto per essere indossato.
«Nella mia carriera di sarta - sottolinea Antonietta Ceccio - ho avuto parecchie soddisfazioni proprio perché a rimanere sempre soddisfatti erano i miei clienti. Ho anche impartito lezioni a tante ragazze che, a loro volta, si sono avviate in questo mestiere».
La signora Ceccio, insieme ad altri colleghi sarti del paese, realizzò pure molti costumi per le varie edizioni della Sacra Rappresentazione vivente del Venerdì Santo, un’antica tradizione che si perpetuava ogni cinque anni.
Oggi, purtroppo, anche questo mestiere è pressoché scomparso: qualcuno ancora aggiusta o crea qualche capo di abbigliamento in privato, ma non ci sono più sartorie “ufficiali” cui rivolgersi perché il progresso e la società dei consumi fanno propendere per l’acquisto di vestiti prodotti in serie anziché realizzati “con cuore e passione” da un singolo artigiano.

L’ULTIMO DEI CALZOLAI: MAURIZIO LOMBARDO
“U scappàru”: un antico mestiere che va scomparendo. Francavilla ha il vanto ed il piacere di averne ancora uno: Maurizio Lombardo, l’unico rimasto della categoria in quanto i suoi predecessori o sono morti o sono in pensione. Ormai è da anni che svolge questo mestiere con passione, e se non fosse per questo a quest’ora farebbe a tempo pieno il cantante, che è l’altra sua passione. La sua “bandiera di riconoscimento” è uno scarpone anfibio appeso davanti alla sua bottega di Via Regina Margherita; l’interno è piccolo ed arredato di attrezzi e macchinari per la costruzione e riparazione di scarpe; appesi alle pareti, invece, fanno bella mostra foto di creazioni di scarpe, tantissime altre che lo ritraggono insieme ai big della musica leggera italiana, con cui ha collaborato o che ha casualmente incontrato, e trofei vari per la sua seconda attività; e meno male che, passando da una scarpa all’altra, ci mette qualche pezzo musicale, così la giornata gli passa meglio...
Doveroso è far memoria dei tantissimi calzolai (oltre venti!) operanti a Francavilla di Sicilia nell’ultimo secolo. A questa memoria storica ha gentilmente e generosamente collaborato il signor Giuseppe Di Stefano, oggi calzolaio in pensione, conosciuto come “Don Pippinu Vitenna”; tale nomignolo lo ha ereditato dal bisnonno, originario di Barcellona Pozzo di Gotto , che era mastro di accetta per viti da palmento (da cui “vite ‘nna” ossia “una vite”). I soggetti non sono elencati in modo cronologico, perché occorrerebbe una più accurata indagine per stabilire le rispettive date di nascita e morte.
- Giuseppe Di Stefano, detto Vitenna;
- Vincenzo Licciardello, detto Buggiaddeddu (bottega in via Umberto 63, figlio di don Gaetano mastro di accetta, specializzato nel realizzare viti di palmento in legno);
- Emidio Puglisi, detto Middiu u Saristanu (bottega in via Pasubio 15);
- Salvatore Merlo, detto Merru, esperto tomaista per scarpe da montagna, vendeva pure materiale per calzolai (bottega nella “Scinnuta da Saristia” ossia in via Umberto 14);
- Giuseppe Zullo, detto Don Pippinu Baddu (bottega in via Umberto 28);
- Salvatore Messina, detto Turi Scappareddu (cugino del grande scultore di fama internazionale Francesco Messina, bottega in via Vittorio Emanuele 133, all’altezza della “Furriata di Mallimaci”, così detta dal nome di un importante commerciante d’arance che lì abitava);
- Giuseppe Messina, fratello di Salvatore (bottega in via Vittorio Emanuele 132, un po’ più sopra di quella del fratello, ossia sotto l’ex Farmacia Bombara);
- Giuseppe Santoro, detto Pippinu Immuseddu (bottega in via Roma);
- Giuseppe Di Franco, detto Vai Vai;
- Luciano Romano ed il padre, detti Scagghia (abitazione in via Cadorna);
- Salvatore Bardaro, detto Turiddu Paffettu, per quattordici anni a bottega dal sopracitato Vitenna (via Vittorio Emanuele 211);
- Antonino Romano, esperto tagliatore di tomaie (di fronte alla fontana San Paolo, ossia in via Vittorio Emanuele 181);
- Giuseppe Cipolla, tagliatore, stette in America;
- Salvatore Cipolla, stimato lavoratore;
- Salvatore Scuderi, detto Turiddu Nozzulu, tomaista; la moglie era specializzata in decori di tomaie che poi venivano vendute agli altri calzolai;
- Francesco Scuderi, detto Ciccinu Nozzulu (bottega in piazza Sperlinga 7);
- Don Salvatore ‘U Schibbu, originario del vicino Comune di Castiglione di Sicilia;
- Filippo Immesi (bottega in via Vitt. Emanuele 236), la cui “banchitta” con tutti gli attrezzi è esposta al museo etnico del Convento Cappuccini di Francavilla;
- Salvatore Puglisi, detto Parravecchia, nonno dell’ex sindaco, scomparso di recente, Salvatore Puglisi, (bottega in via Vitt. Emanuele 235);
- Carmelo Vaccaro, detto Don Carmelo Ustino ‘u Signuruzzu, perché il papà si chiamava Agostino (bottega in via Vittorio Emanuele 217);
- Antonino Consalvo (bottega in via Vittorio Emanuele 65).
Il signor Di Stefano “Vitenna”, prima citato, ci fa rilevare che il termine “ciabattino” era riferito a chi si dedicava alla sola riparazione delle scarpe (e non anche alla loro creazione), e che la “banchitta”, ossia il banco da lavoro del calzolaio, se la si metteva sul suolo comunale era allora soggetta ad una tassa in base alla superficie occupata; pertanto, onde pagare di meno, si era soliti usare “banchitte” piccole.
Oggi, purtroppo, questa bella attività che si svolgeva sulla strada ed a contatto con la gente davanti alla botteguccia “putija”, dove gli amici ti venivano a trovare e si intrattenevano con lunghe chiacchierate, è finita: le produzioni industriali e le mode ne hanno determinato l’estinzione.
Nostalgiche immagini mi passano per la mente, quando ero ragazzino e mio nonno mi portava dal calzolaio per farmi fare un paio di sandali. “U scarpàru” sceglieva un pezzo di suola, la metteva a terra e mi faceva poggiare il piede sopra, lo segnava per prenderne la sagoma, poi lo tagliava col “trincetto” (un po’ più esterno al segno), lo metteva a mollo in acqua per intenerirlo, poi lo rifilava di nuovo portandolo alla giusta misura. Quindi mi prendeva la misura del collo del piede e della circonferenza delle dita per fare le fascette in cuoio; tagliava e montava, bucava ed incollava col mastice, raschiava col vetro i bordi della suola, nelle rifiniture tingeva col nero inferno, lucidava con cera liquida e con olio di gomito. Infine, dopo aver applicato la fibbietta, me li faceva provare e li regolava per fargli i buchetti alla cinghietta. Una volta accomodati per bene, li indossavo subito lasciandogli quelli vecchi. Quei sandaletti erano la felicità di tutta un’estate e mi dovevano bastare.

UNA PROFESSIONISTA DEL RICAMO: FRANCA RUSSO
Ricamatrice è colei che con motivi ornamentali decora un tessuto. Franca Russo, imprenditrice del ricamo, esegue mirabili lavori in differenti stili: uncinetto, punto inglese, tombolo, punto croce, ecc.. Un’arte che ha appreso da antiche maestranze locali. Ed un lavoro certosino, oggi raro e prezioso.
Le donne ancora oggi dedite a quest`arte sono da ammirare, e nel nostro paese ce ne sono tante: la signora Franca ne è degna rappresentante.
Alla fine del 1600, Suor Teresa Ruffo (dell’Ordine delle Clarisse di Santa Teresa, il cui convento era l’odierno palazzo municipale di Piazza Annunziata) fu tra le prime ad impartire lezioni di ricamo, taglio e cucito alle giovani ospiti delle religiose (molte erano orfanelle che venivano mantenute dai lasciti del fratello della religiosa, ossia il conte Jacopo Ruffo) le quali producevano, così, paramenti sacri. Dall’inizio del 1900 e fino a qualche decennio fa, quest’opera educativa venne proseguita dalle Suore del Preziosissimo Sangue.
Le nostre nonne hanno lasciato qualche insegnamento alle nipoti più virtuose, ma domani quante di queste potranno e vorranno perpetuarlo?
… E fece il velo di porpora viola e di porpora rossa, di scarlatto e di bisso ritorto, lo fece con figura di cherubino, lavoro di ricamatore …” (Mosè, Bibbia, Esodo 36,35). Il passato si conosce. Ed il futuro?...

VINCENZO DE FRANCESCO, L`“INTERPRETE” DEL LEGNO
Don Vincenzo, alla bella età di settantuno anni, si diletta ad intagliare e scolpire il legno, e lo fa da poco più di un decennio. Autodidatta, non ha avuto la possibilità di studiare a causa delle difficoltà dell’epoca in cui è vissuto da giovane. Ad un certo punto della sua vita si presenta un momento buio, cui reagisce con coraggio liberando, a colpi di mazzuolo e scalpello, quella natura creativa nascosta.
Ha sempre svolto il mestiere del contadino, ma proprio il suo contatto con la natura ed il suo attaccamento agli antichi valori fanno scaturire opere animate da profondo spirito interiore. Figure di donne ti guardano come se volessero ringraziarti, ed animali, ai quali manca solo l’alito di vita, vogliono spiccare un volo o un salto e rifugiarsi nel loro mondo libero. Il suo immaginario è ispirato anche da racconti fiabeschi, come “La bella e la bestia” ed “Il mago di Oz”. Questo è De Francesco, che con la sgorbia ed il mazzuolo tende a liberare la materia che attende di essere mostrata con amore.
La forma artistica creata rende visibile esteticamente l’oggetto, ma uno sguardo più profondo lo rende visibile anche all’anima: solo chi è puro dentro può accedere a tutto questo, perché l’arte e la bellezza si manifestano a chi le sa riconoscere.

IL RESTAURATORE GIUSEPPE GRILLO, “MEDICO” DEL LEGNO 
Non c’è niente da fare: quando la passione per qualcosa è innata, i risultati non tardano ad arrivare. Il nostro restauratore Giuseppe Grillo ha appreso fin da piccolo quest’arte, essendo andato a bottega presso un laboratorio di falegnameria; così, apprendi oggi ed apprendi domani, aggiusta questo ed aggiusta quell’altro, il sapere ed il fare si sono concretizzati. Oggi Giuseppe è presente nella nostra comunità con un laboratorio di restauro e l’annesso negozio (esattamente in Via Regina Margherita).
Il suo lavoro è come quello dei Certosini: dotato d’infinita pazienza, si applica a ridar vita a mobili vecchi e ad oggetti ormai in disuso; ne indaga le condizioni, stabilisce il materiale che occorre, valuta il valore e poi opera, proprio come un medico dopo aver diagnosticato la malattia del paziente.
Attrezzi da falegnameria, cavalletti, raschietti, lana di vetro, colle animale, cere, lacche, impiallacciature, mordenti, essenze legnose ed accessori ornamentali sono sparsi dappertutto nell`ambiente in cui lavora; sapientemente utilizzati fanno rinascere l’opera morta, come un paziente che… guarisce.

GLI ASPIRANTI INTARSIATORI GLORIA TORRISI E VINCENZO CAMPANELLA
Gloria Torrisi e Vincenzo Campanella, entrambi diciassettenni, frequentano il V anno del Liceo Artistico “Renato Guttuso” di Giarre (CT). Le loro radici presentano caratteri artistici tramandati dai rispettivi antenati. Tra le materie di studio mostrano una spiccata inclinazione per l’intarsio del legno.
A tal riguardo, Francavilla di Sicilia vanta l’operato di Fra’ Mariano Tatì, descritto ampiamente dal nostro compianto Padre Concetto Lo Giudice, frate priore cappuccino e storico locale.
Non bisogna perdere la memoria storica, poiché essa è sempre maestra di vita; ed auguriamo a questi giovani di dare continuità a quest’arte, praticata nel nostro territorio da quasi centocinquant’anni.

LO SCULTORE DELLA PIETRA SALVATORE RANDAZZO E GLI STUDI DELL’ARCHITETTO ANDREA GIUSA SULL`ANTICA FONTANA CONCERIA 
Il giovane e brillante architetto Andrea Giusa ha avuto il merito di realizzare una tesi di laurea specialistica (presso l’Università degli Studi “Mediterranea” di Reggio Calabria nell’anno accademico 2006-2007) avente per tema il restauro ed il recupero dell’antica (metà secolo XVIII) Fontana della Conceria di Francavilla di Sicilia, soffermandosi anche su un benemerito concittadino noto a pochi, ma dalla straordinaria valenza artistica oltre che artigiana: lo scalpellino e scultore della pietra Salvatore Randazzo, oggi settantaduenne, rientrante a pieno titolo in quei casi in cui l’artigianato si fa veramente arte.

IL MAESTRO FRANCESCO CONSALVO, “GENIO” DELLA CERAMICA 
Se l’artigianato della ceramica, già di casa nella Valle dell’Alcantara, è assurto anche ad arte, lo si deve all’opera del maestro Francesco Consalvo, il quale ha studiato scultura presso l’Accademia delle Belle Arti di Catania, insegna discipline artistiche presso vari istituti scolastici di grado superiore e, soprattutto, ha creato dal nulla (a Francavilla di Sicilia in contrada Barbazza) il più grande laboratorio di ceramica della Valle Alcantara. Lo studio, l’impegno ed i sacrifici occorsi gli sono valsi meriti ed onorificenze ovunque il suo ingegno ha avuto modo di manifestarsi (nel 1983 alla “Immagine del corpo” presso la Galleria Arte Club CT, importante mostra di rilievo internazionale; nel 1992 alla Selezione Regionale per la manifestazione “Bijorca” di Parigi; nel 1993 ad “Il muro della ceramica” a Castel di Tusa a cura dell’Associazione “Fiumara d’Arte”; nell`anno in corso 2011 a “La Via del Mare”, manifestazione internazionale tra Italia ed Argentina tenutasi al Parco Botanico e Geologico delle Gole dell`Alcantara, dove è stato insignito del premio “La Stele” per l’artigianato, la creatività e la divulgazione della cultura locale; ecc.).
Quest`arte, sebbene sia conosciuta da millenni, ha sempre bisogno di essere esplorata. La ceramica è composta di argilla, un materiale inerte pieno di elementi minerali che ne caratterizzano le varietà e la plasticità: bianca, rossa, gialla, ecc. E’ nel laboratorio che avviene la sua trasformazione ed è lì che con le mani e l’ingegno dell’operatore nascono i pezzi d’arte o d’artigianato.

LA STRAORDINARIA “METAMORFOSI” DEL MARMISTA ROBERTO CATALANO
Se Roberto Catalano fosse vissuto nel Medioevo e per meriti fosse stato insignito di un titolo nobiliare, il suo emblema araldico sarebbe stato - con tutto rispetto - quello dei Ruffo, visconti di Francavilla: un campo bianco a sei punte sopra che interseca un campo nero a cinque punte sotto. Questo perché il primo Ruffo, ossia Pietro I Conte di Catanzaro, intorno al 1200 venne investito dal grande Federico II del compito di andare alla conquista del meridione d’Italia; e fu così che, essendosi meritato la riconoscenza del potente sovrano avendo portato a compimento la difficile impresa, quel maniscalco del Re, da semplice allevatore di cavalli e carovaniere, si ritrovò improvvisamente nobile; la sua lunga dinastia dura fino a oggi, con Paola Ruffo regina di Danimarca dal 1993.
Ebbene: Roberto vive quasi la stessa vicenda in quanto da che faceva un mestiere diverso a che si ritrova, per i cambiamenti repentini della vita, a svolgere l’attività di marmista accanto al suocero, ereditando una ricchezza di esperienze che sta trasferendo al contempo alla figlia Susanna, avviata alla sua arte. Senza saperlo, Roberto scopre in sé doti nascoste che, affiancate all’esperienza ed agli insegnamenti del suocero Nino Cavallaro, gli consentono di realizzare opere marmoree di pregevole manifattura, che fanno bella mostra in ambienti privati e pubblici.
Il suo laboratorio è ubicato, tra storia e bellezze paesaggistiche, a fianco del ponte dei Cappuccini.

LE SCULTURE IN PIETRA DELLA “FIGLIA E NIPOTE D`ARTE” SUSANNA CATALANO
Giovanissima rivelazione nel campo della scultura della pietra, ha solo sedici anni, ma sa già il fatto suo ed ha le idee chiare per il futuro. Benché studentessa del Liceo Scientifico “Leonardo” di Giarre, vuol intraprendere gli studi d’arte a Carrara, centro internazionale della scultura.
Nelle sue piccole opere è evidente il talento artistico, senz’altro geneticamente ereditato dalla discendenza familiare: il papà Roberto (cui prima accennavamo), il nonno materno Nino Cavallaro, la buonanima dello zio Peppino Cavallaro ed il bisnonno don Salvatore Cavallaro, tutti conosciuti per i tanti lavori in marmo e pietre dure da loro realizzati nel nostro territorio.
La tradizione scultoria di Francavilla di Sicilia, iniziata col compaesano artista internazionale Carlo Russo e proseguita con Salvatore Randazzo, ha certamente un futuro.

I PRESEPI IN CARTAPESTA DI MARIELLA TORNATORE
Tra passato e futuro per vivere in pace e con amore il presente” è lo slogan che le piace ripetere spesso.
Silenziosa operatrice della cartapesta, creatrice di presepi, scenografie teatrali ed addobbi sacri per eventi religiosi, Mariella Tornatore ha realizzato le sue opere nella più assoluta riservatezza, al punto che la comunità francavillese ne sconosce le doti artistiche.
Un suo pregevole presepe permanente, ambientato nella parte alta di Francavilla di Sicilia, si trova nella Chiesa del Carmine ed è stato da lei realizzato insieme al gruppo dei giovani della locale parrocchia. Altri suoi lavori sono stati esposti e premiati alla prestigiosa “Rassegna Internazionale del Presepe nell’Arte e nella Tradizione” all’arena di Verona nelle edizioni 2004-2005, 2008-2009, 2009-2010 e 2010-2011. Un’altra sua opera è permanentemente esposta al Convento dei Cappuccini di Francavilla, ma ha all’attivo anche mostre a San Piero Patti (Messina) ed a Massa Martana (Perugia). Partecipa, inoltre, alle attività della sezione francavillese dell’associazione femminile “Fidapa”.
Talenti come Mariella Tornatore non possono nascere, crescere e scomparire nell’anonimato, ma vanno dati loro i giusti meriti e la dovuta valorizzazione.

IL PIROGRAFATORE PIPPO PATANE’ ED IL... “SACRO FUOCO” DELL`ARTE
Perdonatemi, ma mi tocca... raccontarmi da me. Autodidatta, ma cresciuto in ambienti artistici, mi sono applicato subito al disegno ed alla pittura, ed è ormai da quarant’anni che opero come pirografatore, grazie anche all’incoraggiamento ricevuto, quando frequentavo il Convento dei Cappuccini di Francavilla, dal compianto religioso Padre Concetto Lo Giudice. La passione per la pirografia è nata per caso proprio in quel luogo sacro francavillese, osservando un’immaginetta della Madonna di Gibilmanna pirografata su un ovale d’ulivo: è stato l’inizio, ed il seguito dura fino a oggi.
Creare una pirografia richiede impegno e sacrificio, perché bisogna conoscere tanto. La materia più comune utilizzata è il legno, nelle sue diverse essenze, ma anche altro materiale combustibile si presta al caso. La conoscenza tecnica per lavorare ad una pirografia si acquisisce con la pratica, mentre quella artistica con lo studio e la ricerca. Ovviamente bisogna conoscere bene l’attrezzatura che s’impiega, ossia il pirografo ed i suoi accessori.
Francavilla può cominciare a vantare quasi una tradizione della pirografia, e spero di trovare sul mio cammino sempre più collaboratori ed estimatori.
L’applicazione tecnica spazia in tanti campi: dal decoro ai fregi ed a quant’altro è graficamente possibile incidere a fuoco. E` un`attività di natura artigianale, mentre quando nasce qualcosa dal proprio spirito interiore, anche un semplice ma espressivo quadretto diventa opera d’arte.

L`EVOLUZIONE DELL`ANTICA SARTORIA: LA DESIGNER DI MODA MARINA PAPARO
Se un’epoca finisce, un’altra ne comincia. Ed è ciò che avviene quando scompare un mestiere, proprio perché si è costretti ad evolversi ed adattarsi alle nuove esigenze sociali.
Dalle nostre parti è ciò che è capitato all’antico mestiere del sarto, un po’ perché il consumismo e l`incalzare delle mode ci portano a buttare un abito indossato solo qualche volta, un po’ perché le vecchie maestranze vengono via via meno, un po’ per i costi che non rendono più conveniente tale attività ed, infine, per il colpo di grazia inflitto dall’invasione dei negozi cinesi.
A Francavilla abbiamo il ricordo dell’ultima maestra sarta: Maria Mazza, che è stata ampiamente commemorata dal giornalista Rodolfo Amodeo in un articolo pubblicato dal settimanale “Il Gazzettino” nell’edizione del 3 ottobre 2009.
Il passo verso la “metamorfosi” lo compie Marina Paparo, che con determinazione e spirito di sacrificio, dopo aver frequentato il liceo scientifico, s’iscrive al Politecnico di Milano ed, esattamente, al Corso di Designer di Moda, della durata di cinque anni, dove consegue il relativo Dottorato.
Marina ha ventuno anni e si presenta alla mostra con due progetti, di cui uno già selezionato per essere prodotto e venduto (con il ricavato che andrà in beneficenza) alla prestigiosa “Vogue Fashion Night” di Milano.
Il processo creativo per la progettazione e la realizzazione di una collezione d’abiti è articolato e complesso. Si parte da uno studio psicologico sulle tendenze sociali. Occorre attentamente riflettere e poi schizzare e selezionare colori e forme applicandole ad un abito da indossare con gusto, eleganza e praticità, requisiti, questi, richiesti dalla società odierna, dove il corpo umano è un po` al centro di tutto.
Tra gli originali progetti che Marina ha portato alla mostra di Palazzo Cagnone, una gonna in metallo leggero a dischetti ed un semplice, ma espressivo, foulard a lei ispirato da una vecchia foto del nonno, trasferitosi in Australia, e che propone il tema dell’emigrazione come viaggio, storia e scambio di culture; ricordi di un tempo oramai passato, simboleggiati da immagini solarizzate e spaziate su cartine geografiche di due mondi opposti.
Auguriamo a Marina un futuro pieno di soddisfazioni e successo nel mondo dell’arte e del design.

UN ARTIGIANO DEL TERZO MILLENNIO: IL WEBMASTER FABRIZIO RANERI
Una nuova forma d’artigianato spunta all’orizzonte dell’era in cui viviamo, dove l’arte compare quasi per magia: il costruttore e sviluppatore di siti Internet (o Web), più sinteticamente definito “webmaster”. Tale è, a Francavilla di Sicilia, Fabrizio Raneri, trentotto anni, di cui tredici di attività nell’area della comunicazione multimediale aziendale.
Appassionato di musica e fotografia (nella mostra di Palazzo Cagnone si è anche distinto come bravo fotoamatore), crea eventi musicali e ricreativi in genere, sia in ambito locale che regionale. Ha conseguito il titolo di studio al liceo scientifico e si è specializzato in grafica e programmazione su Web. Attualmente crea siti internet e produzioni multimediali di audio e video, collabora con aziende di grafica e marketing pubblicitario e con testate giornalistiche sia cartacee che online.

IL “LOTTISTA”: UN NUOVO MESTIERE SENZA... SINDACATO
Soggetto insonne, si alza presto la mattina, giunge sul “posto di lavoro” col suo carico di numeri raccolti durante la notte, generati dall’aver inquietamente sognato i parenti defunti.
Dopo la prima colazione comincia a giocare ed, euro dopo euro, ad un’ora di attività, ormai sposseduto, cessa il suo agire imprecando contro i suoi cari estinti per non avergli dato i numeri fortunati.
Nel pomeriggio si riappropria della sua postazione ricaricato di numeri reperiti al cimitero sulle tombe dei parenti “traditori”. «Stavota jochimi sti nummura supra a rota di Miranu!»: detto, fatto.
All’indomani, stessa ora di buon mattino: «Pocca miseria, u sapeva jo ca sbagghiava, non mi niscenu i nummura a rota sutta! E diri ca i vuleva jucari pura supra a “TUTTI”, mingannaju picchì supra a tomba liggìu “Mu” e pinsaju a “MIRANU”…».
Amareggiato con se stesso, si sfoga un po’, ma alla fine riprende a giocare speranzoso.


PANE PANE...
di Luciano D’Arrigo
Opera creativa semplice, primaria ed indispensabile per la vita.
L’acqua, il sale, la farina: tutti elementi semplici e reperibili a basso costo.
Con l’impiego del fuoco e del lavoro umano si crea una scultura, unica nel suo genere, oggi in forme fantasiose, ma una volta tonda, quasi come il sole che, appunto, con la sua energia tutto fa crescere e muove.
Lo svolgersi dell’atto è semplice: dopo che il grano è stato trasformato in farina, si crea l’impasto con acqua, lievito e sale realizzando la pasta di pane che si lavora coi pugni (“si scana”) nella madia (“maidda”), dove si accantona coprendola con un telo di canapa nel periodo estivo, mentre d’inverno si aggiunge una coperta di lana per la prima lievitazione.
Dopo alcune ore si realizzano le forme di pane dal peso di un chilo circa e si dispongono su una lettiera di tavole (quelle del letto di una volta), sempre coperte.
A lievitazione avvenuta, si incide la parte superiore col coltello per favorirne la cottura.
A questo punto, il pane è pronto per essere infornato.
La bocca del forno viene chiusa da un portello di lamiera (una volta era in terracotta), ammassandovi sul davanti della brace per non far disperdere il calore.
A metà cottura si controllano le forme una a una, spostandole con l’uso della pala lunga in legno per assicurare ad esse una cottura uniforme, illuminando l’interno con la lumiera (“lumiricchia”) posta su un foro laterale del forno, tenuto chiuso da un tappo in pietra.
Quindi si chiude il forno e si aspetta la cottura finale.
L’attesa in silenzio fa trasparire soddisfazione e serenità.
Una volta cotto, il pane si tira fuori dal forno, si pulisce con un panno e si dispone appoggiato alle sponde della madia per farlo raffreddare.
Si conserva in un sacco di canapa posto in una cassa o in una cesta di canne e verghe.
L’opera è finita, la fatica è svanita, il volto si illumina di felicità.

“IL PANE” (SBALZO SU RAME, 1956) di CARLO RUSSO
(scultore, Francavilla di Sicilia 28.08.1902 – Milano 30.031973):
analisi di un’Opera a cura di Luciano D’Arrigo e Pippo Patanè

Il gesto semplice dell’infornare, e la donna, che primeggia al centro, simbolo di madre che nutre.
Il pane è in linea col cuore della donna, simbolo d’amore.
Oggetti semplici ed essenziali (la lucerna, l’oliera, la bottiglia e la brocca) riempiono il vuoto della stanza.
La donna si protegge il viso dal calore del forno (“a fana”) volgendolo nella direzione opposta.
La povertà traspare dalla nudità dei piedi e dall’atteggiamento implorante del cane.
La bocca del forno a mezza luna illumina l’ambiente.
Il pane è posto sulla lettiera, la stessa su cui la gente si riposava.

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Commenti presenti: 1

  1. Num: 1 -- 06 Ott 2011 - 10:26,38
    Nunziatina Puzzo ha scritto...
    Ciao Rodolfo, voglio pubblicamente complimentarmi con te per questo lungo, bellissimo, istruttivo articolo che rende onore anche ai mestieri che possono sembrare i più umili, ma che sono la base della vita quotidiana e che i nostri francavillesi espletano da sempre con quella grande dignità che deriva dalle persone semplici, ma grandi. Molte persone mia madre se le ricorda benissimo! Ancora grazie perchè, con il tuo scritto, fai rivivere con affetto i ricordi del nostro percorso di vita. Un caro saluto da Nunzia Puzzo
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