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18 Dicembre 2010

LETTERA DI UNA GIORNALISTA “EXTRACOMUNITARIA”, di Rosaria Brancato

Un Natale "di riflessione" anche per noi giornalisti e per chi ci governa le sorti...

    

     Girovagando in Internet, mi è capitato di imbattermi in un’interessante e significativa “lettera aperta” della collega Rosaria Brancato, giornalista professionista di Messina con la quale ho avuto il piacere di collaborare ai tempi del quotidiano “Il Corriere del Mezzogiorno”. La riporto integralmente di seguito, in ossequio ad uno degli obiettivi di questo mio spazio web, che è quello di far sapere cosa si “nasconde” dietro il complesso (soprattutto per noi che ci operiamo) mondo dell’informazione.

     Sono tanti, infatti, gli spunti di riflessione che ci offre la dottoressa Brancato in questo suo eloquente e condivisibilissimo scritto, risalente a tempo addietro, ma purtroppo ancora estremamente attuale visto che non accennano a cessare (anzi tutt`altro!) gli innumerevoli disagi che i professionisti della comunicazione ci troviamo a dover affrontare, specie nell’“ingrata” terra di Sicilia. 

     Parecchi di questi disagi, peraltro, il sottoscritto li ha sempre puntualmente segnalati ed analizzati proprio da queste pagine; ma è di conforto sapere che, nella nostra categoria, aumentano sempre più i colleghi che hanno il coraggio di indignarsi e di denunciare pubblicamente gli abusi di certi “potentati” editoriali e le ignominiose scorrettezze perpetrate da noi stessi giornalisti che dovremmo essere, al pari dei magistrati, “paladini” di giustizia e strenui difensori della legalità e dell`altrui dignità: non “fustighiamo”, dunque, i costumi dei politicanti e dei criminali se poi adottiamo gli stessi loro comportamenti o, addirittura, ne siamo “compagni di merende”!...

     La collega Brancato si rivolge all`Ordine dei Giornalisti, ma anch`io vorrei “ancorarmi” a questa sua lodevole lettera per chiedere ai massimi rappresentanti della nostra categoria di impedire l`accesso o la permanenza nei nostri albi professionali a quegli aspiranti o “sedicenti” giornalisti che non hanno uno spirito libero e che sono disposti a “prostituirsi” ed a danneggiare i colleghi pur di sbarcare il lunario: sono proprio questi i fattori che portano alla NEGAZIONE ASSOLUTA DEL GIORNALISMO ed alla sua PERDITA DI CREDIBILITA`.

     Forse, oltre ai cinquanta articoli in due anni (per i Pubblicisti) ed al periodo di praticantato ed al conseguente esame di Stato (per i Professionisti), per accedere alla nostra professione ci vorrebbero pure un... test psicologico, un... certificato di sanità mentale e, dati i tempi di crisi e visto che gli editori pagano poco o non pagano affatto, un controllo della... Dichiarazione dei Redditi onde verificare se chi vuol fare informazione possieda sufficienti risorse economiche per mantenersi “sereno”...   

     Buona lettura!  

     RODOLFO AMODEO

                                                                          * * *

   AL PRESIDENTE NAZIONALE DELL`ORDINE DEI GIORNALISTI                     

   AL CONSIGLIO NAZIONALE DELL`ORDINE DEI GIORNALISTI 

   AL SEGRETARIO NAZIONALE DELL`ORDINE DEI GIORNALISTI 

     Caro collega,

     colgo l’occasione della Giornata dell’Informazione, per porre all’attenzione tua e del Consiglio nazionale dell’Ordine, una situazione d’allarme che si registra da tempo in Sicilia e che ha oltrepassato la soglia dell’emergenza.

     Il mio più che uno sfogo vuol essere un invito alla riflessione in un momento in cui le condizioni della categoria in Sicilia sono al di sotto del limite della sopravvivenza, situazione che non pone più soltanto problemi di “natura sindacale”, ma di etica stessa.

     Là dove non ci sono le condizioni per vivere dignitosamente e per esercitare dignitosamente il proprio lavoro, non si può parlare più né di libertà, né di solidarietà, né di etica professionale.

     I confini tra i problemi di “natura sindacale” e di “natura ordinistica” sono stati ampiamente superati dalla realtà.

     Io sono presidente di un’associazione, l’Agit (Associazione Giornalisti del Terzo Millennio), nata in seguito all’acutizzarsi di queste condizioni ormai barbariche e che in pochi mesi ha raccolto un centinaio di iscritti, uniti dalle stesse preoccupazioni.

     Non voglio entrare nei particolari, ma faccio semplicemente alcuni esempi delle attuali “condizioni” occupazionali a Messina ed in Sicilia, partendo dal presupposto che tra gli iscritti all’Agit nessuno può vantare un contratto regolare, un art.1, per intenderci, e sto parlando sia di professionisti che di pubblicisti che lavorano a tempo pieno in realtà editoriali senza lo straccio di un qualsiasi tipo di contratto e senza uno straccio di un qualsiasi tipo di stipendio con cadenza quantomeno bimestrale.

     Questa è la realtà in Sicilia: se sei professionista e non hai la rara fortuna di essere redattore in uno dei tre quotidiani (redattore di vecchia data, perché da tempo non ci sono più assunzioni a meno che non sei figlio di redattore che va in pensione e quindi il posto lo “erediti), devi accettare di lavorare a tempo “pienissimo” per 300, 400 euro al mese (anzi, ogni tre mesi, dipende dall’azienda), senza alcun tipo di contratto, o al più con contratti di collaborazione che non ti garantiscono affatto né l’entità effettiva dello stipendio, né la durata del contratto, nè la regolarità nei pagamenti.

     In Sicilia ci sono giornalisti che lavorano con contratti che non rientrano neanche nelle categorie previste dal nostro, si va da redattori con contratti di impiegati a redattori con contratti di autisti.

     Nelle redazioni dei siti la cifra degli stipendi si è pericolosamente abbassata ai 200 euro (sempre ogni due mesi, se sei fortunato).

     Ci sono redazioni televisive dove ti viene offerto un lavoro “ad ore”: 6 euro l’ora (comunque da effettuarsi solo la mattina), e posti dove ti vien detto “nei primi mesi devi stringere i denti e lavorare gratis”, salvo poi omettere la durata di questi “primi mesi”.

     Per 6 euro l’ora o per 200 euro al mese, mi chiedo che senso abbia chiederci il tesserino dell’Ordine, perché basta a questo punto il “permesso di soggiorno”.

     Quanto ai collaboratori che lavorano per i giornali, c’è chi, non avendo la tutela di un contratto firmato in tempi migliori, oggi si vede costretto ad accettare 1,10 euro a pezzo.

     Nella migliore delle ipotesi ci sono collaboratori che possono vantare PERSINO 3 euro ad articolo.

     Il problema è che non sono collaboratori che nel frattempo lavorano all’anagrafe o insegnano, ma vivono esclusivamente di questo.

     In alternativa puoi elemosinare un ufficio stampa, sempre che ti venga lasciato da quei redattori ben sistemati che utilizzano il prestigio, la “visibilità” e le “conoscenze” dei loro posti di lavoro, per accaparrarsi attraverso firme false, agenzie intestate a familiari ed amici, o anche con la loro stessa faccia e firma, tutto quello che è possibile accaparrarsi, falsando vergognosamente il mercato perché applicano tariffe più basse non avendo bisogno di quell’incarico per vivere, ma solo per “arrotondare”.

     Puoi stare dietro la porta di un politico, di un potente di turno, per elemosinare l’ufficio stampa elettorale o della segreteria del partito o una consulenza in un ente di sottogoverno.

     C’è chi ha lavorato per anni, a tempo “pienissimo” in diverse realtà accettando improbabili co.co.co, co.co.pro e qualsiasi tipo di co consentito e non consentito dalla legge e nonostante le umiliazioni ed i sacrifici, si è visto all’improvviso chiudere la porta o costretto ad accettare meno di quel “co”.

     E’ in queste condizioni che scoppia la guerra di tutti contro tutti, la barbarie, e la deontologia, la stessa libertà di stampa, la dignità, la professionalità, diventano solo parole vecchie e fuori moda.

     Che libertà di stampa può esserci là dove sei costretto ad accettare per “sopravvivere”, la prebenda del politico di turno, o sei costretto a contenderti con i colleghi un ufficio stampa a suon di raccomandazioni o peggio?

     Che dignità può esserci se un professionista di 40 anni dice no ad uno stipendio di 300 euro al mese e poi vede un giovane che accetta per 200?

     Quel ragazzo, magari pubblicista, magari fresco di esame da professionista, magari né l’uno né l’altro, oggi accetta i 200 euro al mese pensando che un domani gli verranno aumentati e non sa invece che, quando, a 28, 30, 40 anni lui chiederà 250 euro al mese, verrà messo alla porta e sostituito da un altro che accetterà per 150.

     Questo è il vero esercizio abusivo della professione: esercitare il mestiere a condizioni da fame e da vergogna.

     Questo è il vero esercizio abusivo della professione: accettare qualsiasi condizione.

     Questo è il vero esercizio abusivo della professione: rubare il posto di lavoro ad altri, accumulare per pochi spiccioli.

     E’ vero, non è reato, ma è immorale.

     C’è un esercito di precari che possiamo definire “extracomunitari dell’informazione” che viene sistematicamente sfruttato ed umiliato, e che va ad aumentare giorno per giorno.

     Noi extracomunitari, ad esempio, non possiamo accedere ad un concorso della Rai perché purtroppo non abbiamo più 30 anni, ne abbiamo molti di più.

     Non possiamo accedere ad un posto fisso perché non ce ne sono più, oppure passano di padre in figlio, e questa ereditarietà del posto fisso ormai non riguarda solo le aziende private, dove è chiaro che ognuno assume i giornalisti che vuole, ma anche gli enti pubblici che dovrebbero almeno in linea di principio adottare criteri di trasparenza.

     Comprendo pienamente il fatto che “il genio e il talento sono ufficialmente ereditabili” e garantiscono automaticamente un contratto a tempo indeterminato anche senza concorsi, ma, accanto a queste forme di reclutamento, almeno negli enti pubblici, sarebbe quantomeno auspicabile un tentativo di meritocrazia anche per chi non è figlio di nessuno, parente di nessuno, clientes di nessuno, ma ha solo un talento orfano di genitori illustri.

     Noi extracomunitari dobbiamo stare a guardare mentre chi ha la fortuna di collaborare per 3 euro a pezzo in un giornale, sa che, attraverso altre forme, potrà arrotondare.

     Ad esempio attraverso i contratti pubblicitari (oggi ci sono mille modi per aggirare le norme che lo vietano), attraverso i redazionali, o perché la collaborazione per il giornale ti consente, grazie ai canali stessi della testata, di ottenere uffici stampa di enti, eventi, manifestazioni.

     Perché succede così: se tu, organizzatore di un evento o amministratore di un ente o associazione vuoi avere garanzia di “visibilità”, devi andare a cercarti il giornalista dell’ufficio stampa presso i quotidiani, le testate, le aziende che poi ti dedicheranno ampio spazio.

     Paradossalmente sono proprio quegli organizzatori, quegli amministratori, che senza saperlo, indirettamente, “pagano” e garantiscono uno stipendio pieno ai giornalisti al posto dell’azienda.

     E sempre noi extracomunitari dell’informazione dobbiamo star zitti se i corrispondenti dei giornali da Comuni della provincia, fanno anche da “consulenti” per le amministrazioni di quei comuni e poi scrivono di politica negli stessi giornali. Con o senza firma.

     Dobbiamo star zitti di fronte a redattori regolarmente assunti in aziende e che poi, tramite service, società di vario genere, prendono tutti gli uffici stampa possibili e immaginabili, distribuiti nel territorio.

     Dobbiamo star zitti di fronte ad enti pubblici che assumono giornalisti a tempo indeterminato per chiamata diretta, senza concorso, o semplicemente non fanno concorsi e si affidano agli “amici”.

     Dobbiamo star zitti di fronte a fior fiore di professionisti che accumulano due, tre, quattro incarichi, drogando il mercato.

     C’è un esercito di giornalisti che sta fuori il mondo ufficiale, un esercito di figli di nessuno e che non ha alcun modo, alcuna strada, alcun mezzo per difendersi dai suoi stessi colleghi.

     Immagino che tu, caro collega, ti stia chiedendo perché sto scrivendo a te e non al sindacato. Potrei semplicemente risponderti che, almeno in Sicilia, il sindacato su questi fronti è stato inefficace, ma non voglio alimentare alcuna polemica.

     Mi limito a fare alcune considerazioni: un sindacato che tutela ormai solo i tutelati, non è più un sindacato nel senso reale del termine, tutt’al più è un club esclusivo, una sorta di Circolo del tennis e della vela.

     Cosa vuoi che oggi importi ad un precario da 20 anni e che di anni ne ha 50, degli scatti d’anzianità se questo extracomunitario non andrà mai in pensione e l’unico “scatto” che conosce è lo scatto di rabbia di fronte a tutto questo?

     Io credo che si debbano guardare i numeri e vedere quanti sono i professionisti regolarmente occupati e quanti invece sono in condizioni ben diverse ed allora, di fronte ai numeri, decidere quali sono le priorità per i prossimi anni.

     Non serve uno scatto d’anzianità, ma uno scatto d’orgoglio.

     Ma a prescindere da quel che ha fatto o meno il sindacato, siamo di fronte a situazioni che superano l’aspetto sindacale, perché toccano il senso stesso del nostro mestiere, toccano l’etica, la deontologia.

     Il sindacato non può andare a battere i pugni sul tavolo perché non ci sono più tavoli e perché in una giungla dove gli stessi giornalisti sono costretti ad accettare l’inaccettabile per vivere, non puoi aspettarti una ribellione o una denuncia, gli editori fanno di noi carne da macello.

     Non credo sia un problema sindacale il fatto che per vivere c’è chi accetta tre, quattro incarichi a prezzi da fame, credo sia un problema di tipo etico.

     Certo, spetterebbe al sindacato lottare per trovare posti nuovi di lavoro, per costringere gli enti pubblici a fare i concorsi veri e le aziende ad applicare i contratti e la legge, anzi, la Costituzione direi.

     Ma un sindacato impegnato a sistemare i suoi soldati e vicini di casa, impegnato a tutelare meglio chi è già tutelato, un sindacato impegnato a guardare alto non può accorgersi di chi è rimasto indietro, fuori dal sistema, di chi non s’interroga sul futuro della professione perché è troppo impegnato ad interrogarsi sul suo presente.

     Non è che noi non abbiamo un futuro, noi non abbiamo un presente.

     Cosa offriamo agli oltre mille nuovi professionisti che sforniamo ogni anno?

     In Sicilia offriamo una realtà senza regole, neanche più quelle delle grammatica e della sintassi, perché se nelle redazioni non c’è più chi ha esperienza, competenza, se si mandano in strada con un microfono in mano ragazzi senza nessuno che li guidi, li controlli, li corregga, li formi, alla fine non dobbiamo stupirci se spariscono i congiuntivi e gli accenti.

     Non mi stupirei affatto di leggere tra un anno, tra le righe di un articolo, “xkè, ki, ke”.

     Non sto ponendo alla vostra attenzione un dramma personale, ma il dramma di un’intera generazione.

     Quel che sta accadendo in Sicilia potrebbe ripetersi tra un paio d’anni in Lombardia, in Veneto.

     Ma anche se questa “epidemia di malasorte”, questa “incapacità professionale endemica” fosse solo un problema siciliano, io penso che l’Ordine debba comunque interrogarsi, soprattutto alla vigilia di un dibattito sulla riforma.

     Non mi appello ad una forma di “patto generazionale” perché sarei davvero ingenua se credessi ad un’ipotesi del genere in un’Italia in cui nessuno lascia agli altri neanche le briciole, né mi appello ad una sorta di “patto di solidarietà” tra colleghi, perché sarei altrettanto ingenua e persino ridicola.

     Il mio è un semplice invito alla riflessione collettiva sul futuro di questa professione almeno per come l’ha costruita e immaginata chi è venuto prima di noi.

     Perché se è vero che nella giungla, nella savana, devi correre, non importa se sei un leone o una gazzella, è altrettanto vero che in questa giungla quando i branchi di leoni grassi avranno finito di mangiare tutto, tutte le gazzelle, le zebre, le giraffe, persino i topi, le lucertole, e tutta la selvaggina possibile, non diventeranno comunque vegetariani, finiranno con il mangiarsi tra di loro e mangiare i loro figli.

     Allora, prima che si arrivi al cannibalismo, riflettiamo tutti su quanto sta accadendo e su come impedire di lasciare ai nostri figli una savana deserta.

     Mi scuso per essere stata prolissa, nonostante oltre 20 anni di televisione (tutti senza contratto, of course) sulle spalle.

     Purtroppo per essere sintetica avrei dovuto utilizzare termini che non si addicono ad una signora e neanche ad un giornalista.

     Io credo profondamente in questa professione e dobbiamo salvarla tutti insieme, recuperando dignità per noi e per chi verrà dopo di noi.

     ROSARIA BRANCATO 
 


ROSARIA BRANCATO, laureata in Scienze Politiche e giornalista professionista, ha lavorato, tra l`altro, per i giornali "La Repubblica", "Il Giornale di Sicilia", "L’Ora di Palermo" e "La Sicilia" e le emittenti televisive "Telecolor", "Antenna Sicilia", "Tgs" e "Televip". E’ stata portavoce del sindaco di Messina nel 2006 ed ha curato uffici stampa in occasione di diverse campagne elettorali. Attualmente riveste la carica di presidente dell`"Agit" (Associazione Giornalisti del Terzo Millennio) ed è responsabile provinciale e vicedelegata nazionale della Commissione "Pari Opportunità" della Federazione Nazionale della Stampa (F.N.S.I.).  

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  1. Num: 1 -- 19 Dic 2010 - 12:56,33
    Antonio Magri ha scritto...
    Ci vogliono parole dure e fa bene il dottor Amodeo a chiedere "la testa" di coloro che servono i tre giornali più "ingombranti" di Sicilia e l'Assostampa. Ancora faccio finta di non riuscire a spiegarmi come sia stato possibile che un giornalista professionista, nella sua veste di caposervizio alla redazione per il giornale per cui collaboro e di sindacalista dell'Assostampa, abbia permesso che un assessore ed un consigliere quest'estate mi chiamassero per dirmi di aspettare di fare un articolo su una determinata cosa. Avevo appena mandato l'articolo in redazione e questi due amministratori taorminesi già lo avevano letto. Posso capire che magari tutto è stato fatto a sua insaputa. Ma, comunque, voi pensate che io possa mai dire a questa persona che è successo ciò? Mi posso fidare che mi tuteli per come si deve, quando già mi sono capitate altre cose con la redazione medesima? Il problema, poi, è che la cosa non gli sarebbe mai dovuta passare sotto al naso. Se ciò è accaduto, del resto, è a causa di altri sindacalisti che lavorano all'interno della redazione, i quali avranno passato il mio pezzo ad un caporedattore o chi per lui affinché fosse sottoposto all'attenzione dei due amministratori. E allora il fenomeno è ancora più grave, perchè si tacciono le cose anche fra di loro. Oppure, potrebbe essere anche che il caporedattore o chi per lui, una volta letto il pezzo, ne abbia tenuto una copia per sé e lo abbia mandato ai due amministratori. E voi pensate che io dica al mio caposervizio di denunciare il suo caporedattore nella veste di sindacalista che dovrebbe tutelarmi? Si farebbe finire la cosa a tarallucci e vino. Pensate poi alle conseguenze che ciò potrebbe e dovrebbe avere sugli amministratori comunali che si sono permessi di chiamarmi, nonché su tutta la Giunta? Per l'appunto qua ci sarebbe da avviare un'inchiesta interna al sindacato stesso, in correlazione con l'Ordine dei giornalisti, e farne avviare una dalla magistratura, affinché accerti di che tipo di conflitti di interessi stiamo parlando. Per quanto mi riguarda, certa gente non solo non dovrebbe fare il sindacalista, ma nemmeno il giornalista, perché se una tutela per i giornalisti, quando accadono certe cose, non esiste o comunque sarebbe blanda, tesa a mediare la dove - ripeto - ci sarebbe da avviare una serie di indagini e diffide, lo si deve al fatto che certa gente tutela prima di ogni cosa gli interessi del suo editore; ma non gli interssi di un editore in quanto tale o come direttore del giornale medesimo per cui quelal stessa gente lavora e mette al servizio l'Assostampa, bensì - il che naturalmente è ancora più grave - come imprenditore. Sono le stesse persone che non muovono un dito quando appunto il loro editore si permette di minacciare per querela altri giornalisti, i quali avrebbero fatto l'errore di riportare i verbali, le ordinanze giudiziarie che lo vedono indagato per mafia. Una domanda, infine: come mai "la Repubblica", che è stata la prima a parlare dell'indagine su Lombardo da parte della Procura di Catania e che si è vantata e ci ha fatto una testa così, non ha parlato del filone di indagine che riguarda pure l'editore al servizio del quale lavorano, dunque, i sindacalisti, ed ha dovuto attendere un articolo de "Il Fatto Quotidiano"? Sta cosa mi puzza, a causa del fatto che "la Repubblica" stampa i suoi giornali presso quell'editore indagato. Credo nella libertà della maggior parte dei giornalisti che lavorano per il quotidiano nazionale, ma per sicurezza da almeno tre settimane evito di leggere "la Repubblica", proprio perché per il fatto di essersi fatta sfuggire una notizia così importante riguardante l'indagine a carico dell'editore che noi tutti conosciamo, dopo mesi che lavorava su quelle carte, mi ha fatto paura. Se non fosse stato per questo giornalista catanese e per il "Fatto Quotidiano" la notizia forse non sarebbe mai uscita, e questa possibilità mi ha fatto così paura da farmi rinunciare alla lettura de "La Repubblica". Grazie per l'ospitalità. Un caro saluto, inoltre, a quegli amministratori castelmolesi che mi minacciano per vie traverse e a quell'altro amministratore che, quando l'ho denunciato presso i Carabinieri, per la sua minaccia di morte, ha avuto il coraggio di chiedermi scusa, portandomi a ritirare la denuncia.
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