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01 Gennaio 2011

LETTERA: “Il Capodanno del precario”...

Auguri per un 2011 che sia all'insegna della “pazzia”, ossia un radicale cambiamento (specie nei ricchi e potenti) per risollevare le sorti di questa disastrata umanità

    

     Il nostro affezionato visitatore Giuseppe Lo Presti (da Francavilla di Sicilia) ci offre sempre, con le sue gradite lettere aperte, degli stimolanti spunti di riflessione.

     Tempo addietro ne pubblicammo una sulla piaga della disoccupazione che, avendo ormai “flagellato” diverse generazioni, non è più “giovanile”, ma investe pure gli ultracinquantenni (parecchi dei quali già con mogli e figli a carico e da mantenere perché a loro volta... disoccupati).

     Adesso, invece, Lo Presti prende spunto dalle pressoché uniche forme di occupazione (se così si può ancora chiamare…) rimaste, ossia il precariato ed il lavoro sottopagato, per porre l’accento sulle situazioni di sfruttamento e di malessere individuale e sociale che ne derivano; il tutto a vantaggio di “pochi” ed a svantaggio di moltissimi (ma prima o poi - avverte Lo Presti - anche quei “pochi” ne pagheranno le conseguenze...).

     Quanto leggeremo di seguito, insomma, è molto più interessante ed “intelligente” degli effimeri brindisi e dei vuoti auguri cui ci abbandoniamo in queste prime ore del nuovo anno: perché un futuro migliore non dipende certo da un semplice ed automatico cambio di data, bensì da un cambiamento drastico e sostanziale nel nostro modo di comportarci e relazionarci col prossimo.

     Migliorare le sorti di questa società più che mai in crisi (sia economica che di valori) non è poi così difficile, e dipende solo ed esclusivamente da noi e, soprattutto, da chi detiene il potere e la ricchezza.

     Buona lettura!

     RODOLFO AMODEO

                                                             * * *

     Carissimo Dott. Amodeo,

     mentre scrivo questa lettera mi trovo, come tanti, a svolgere un lavoro precario, ma per me è quasi un “sogno” perché ci sono parecchi che non lavorano affatto e, pertanto, mi ritengo un privilegiato. Sono, dunque, contento, ma al contempo dispiaciuto per questa situazione di disoccupazione dilagante che affligge tutta la società. La mancanza di lavoro, infatti, determina problemi non soltanto di ordine economico, ma anche familiari e psicologici. Lo so benissimo in quanto anch’io vivo sulla mia pelle la condizione di precario che, non permettendomi di sapere se domani potrò lavorare o meno, m’impedisce di programmarmi il futuro.

     Per tantissima gente, pertanto, questo è un momento tristissimo, ma tale non è per pochi altri i quali ne approfittano per arricchirsi: chi è in stato di bisogno, infatti, accetta di lavorare anche per cifre minime; così, ci si ritrova con imprenditori che, avvalendosi di veri e propri “schiavi”, massimizzano i loro profitti. Mi sembra di essere tornati a parecchi secoli fa, quando la riduzione in schiavitù annullava la dignità dell’essere umano: altro che progresso!

     E’ vero che una volta la gente era povera, ma le spese da affrontare e le esigenze non erano certo quelle odierne; inoltre, per la gente povera si aveva rispetto, mentre oggi il ricco non considera il povero e quest’ultimo non considera l’altro povero. L’egoismo, quindi, regna sovrano, così come l’invidia per le cose degli altri; ed è proprio l’invidia che sta facendo andare il mondo a rotoli, perché vogliamo avere sempre di più togliendolo agli altri. Ma, così facendo, il mondo è destinato a crollare, travolgendo inesorabilmente pure i ricchi: chi potrà, infatti, acquistare ciò che industriali ed imprenditori producono se i consumatori non possono più permettersi di… consumare?!

     Eppure si discute tanto di questi problemi che, ormai, riguardano l’intero pianeta; ma restano solo le discussioni ed i dibattiti, senza che si approdi ad alcun risultato positivo e concreto (da quanto tempo si parla della fame nel mondo, ma la gente che muore di fame aumenta sempre più!). Alle parole devono seguire i fatti; ma fatti non se ne vedono ed i problemi, anziché essere risolti, aumentano vorticosamente.

     Forse è proprio vero che la storia si ripete sempre, sin dai tempi dei tempi, con uomini che vogliono sottomettere altri uomini anziché instaurare un clima di pace e serenità sociale; ma bisognerebbe capire che, tirando troppo la corda, il mondo cesserà di esistere, finendo con l’implodere su se stesso. Nostro Signore Gesù voleva cambiare questo stato di cose, ma gli uomini non abbiamo voluto, preferendo scioccamente continuare a combattere l’uno contro l’altro dominati dagli istinti, dall’ingordigia e dalla gelosia.

     Purtroppo, chi, come il sottoscritto, crede in certi valori che potrebbero senz’altro migliorare l’umanità, viene da tanti considerato “pazzo”. Ed allora, per il nuovo anno 2011 mi auguro che esso sia all’insegna della… pazzia: solo invertendo completamente la rotta del nostro modo di pensare e di agire potremo dare una svolta a questo tristissimo andazzo e cominciare ad abbandonare il tenebroso “tunnel” di cui, malgrado i “buoni propositi” e le rassicurazioni, non si intravede ancora la via d’uscita. 

     E` con questo mio modesto scritto che ho voluto augurare un Buon Anno a Lei ed a tutti i visitatori del Suo pregevolissimo sito; Vi prego di perdonarmi se, evidenziando certe problematiche, ho turbato la classica atmosfera “idilliaca” delle feste... 

     Grazie, ancora una volta, per l’ospitalità. 

     GIUSEPPE LO PRESTI, Francavilla di Sicilia (ME)

Commenti Commenti

Commenti presenti: 4

  1. Num: 1 -- 03 Gen 2011 - 11:04,17
    Antonio Sena ha scritto...
    condivido pienamente l'analisi di Giuseppe Lo Presti ed aggiungo: noi siamo un popolo libero? cosè la libertà se non l'esigenza di liberarsi dai bisogni? e come si raggiunge? a questi interrogativi si dovrebbe cominciare a rispondere con una discussione approfondita. Vedi il governo comincia a discutere della riforma della pubblica Amministrazione, che prevede un taglio di un milione di posti di lavoro, passando dagli attuali 4 milioni a 3 milioni. Ma tale riforma non è in contrasto CON L'ART. 1 DELLA COSTITUZIONE che recita "L'ITALIA E' UNA REPUBBLICA FONDATA SUL LAVORO"?
  2. Num: 2 -- 04 Gen 2011 - 01:35,52
    Rodolfo Amodeo ha scritto...
    Caro Antonio Sena, oltre all’amico Lo Presti ha perfettamente ragione anche Lei. Ma – vede – quando si parla semplicisticamente di imminente “fine del mondo” il riferimento non va fatto tanto ad eventi drastici ed “apocalittici” (anche se le calamità naturali cominciano ad essere tante ed a preoccuparci seriamente), quanto ad una società che non è più in grado di governare se stessa e che, come tale, è destinata ad autodistruggersi. Come Lei ben sottolinea, nella nostra Italia ci si ritrova adesso con ministri della Repubblica che si gloriano di… ridurre, anziché aumentare, i posti di lavoro! Cosa si vuole di più?! Posso capire che il lavoro non va cercato solo negli enti pubblici (molti dei quali, in effetti, “scoppiano” dei cosiddetti “posti”), ma anche nel privato. L’imprenditore privato, però, quali sostegni riceve per poter operare e dare occupazione? Quasi nessuno, se è vero, come è vero, che per cinque-sei mesi l’anno si “lavora” per lo Stato (nel senso che se, ad esempio, un’azienda fattura in dodici mesi centoventimila euro, oltre cinquantamila deve versarli all’erario) ed a ciò si aggiunge che, specie qui in Sicilia, si fa fatica ad attingere ai finanziamenti in quanto, a causa delle solite beghe personali tra gli “alti papaveri” della politica nostrana, si stentano a svincolare i fondi comunitari. E poi non mi si venga più a dire, come sento “sbandierare” da alcuni anni a questa parte, che una qualsivoglia attività economica può essere aperta in… un’ora o, al massimo, in ventiquattr’ore rivolgendosi allo “Sportello X” o all’“Ufficio Speciale Y”: tutte balle! Mi consta personalmente in quanto ho di recente dato in affitto un immobile di mia proprietà a dei giovani “di buona volontà”, i quali già nello scorso novembre sarebbero stati in grado di avviarvi la loro impresa, ma da allora pagano il canone mensile a vuoto in quanto l’estenuante trafila burocratica per ottenere licenze ed autorizzazioni varie non ha mai fine. In conclusione: niente posti pubblici (per la “felicità” dei nostri ministri…), ma neanche posti di lavoro privati. Qualche deficiente criticomane sostiene che il sottoscritto, avendo scelto di fare il giornalista, avrebbe “gettato alle ortiche” la sua laurea in Giurisprudenza. Niente di più falso! Perché, anche in presenza degli argomenti che stiamo qui affrontando, ciò che ho studiato negli anni dell’Università mi serve a capire “come va il mondo” ed a comunicare ai lettori qualcosa di “illuminante”. Ebbene: sapete cosa m’insegnò il Prof. Giuseppe Sobbrio nelle sue interessanti lezioni di Economia Politica e Scienza delle Finanze rifacendosi alle teorie del grande economista britannico Keynes ? Semplice: che in situazioni di crisi (proprio come quella attuale) il privato non può essere abbandonato a se stesso adducendo il solito slogan che “è il mercato a comandare”, ma si rende necessario un intervento dello Stato. In parole povere, quei governanti che oggi si autocompiacciono per aver ridotto i posti di lavoro pubblici dovrebbero rendersi conto che venendo meno degli stipendi (ossia delle entrate sicure ogni mese) bisognerà passarsi più volte la mano sulla coscienza prima di acquistare un paio di scarpe o un nuovo televisore oppure andare a cena al ristorante. In pratica, è la solita storia del “cane che si morde la coda”: è vero che lo Stato risparmia diminuendo gli stipendi pubblici, ma si tratta di un risparmio fine a se stesso ed, anzi, controproducente per gli operatori privati, visto che il circuito economico complessivo si ritrova con meno denaro in circolazione e, quindi, da spendere in favore delle imprese. E’ bene, dunque, che certi politici di rango nazionale, i quali fanno demagogicamente intravedere nella riduzione dei posti pubblici la “panacea di tutti i mali”, “sbolliscano” i loro entusiasmi, anche per onestà intellettuale nei confronti del popolo che li ha eletti. La verità è che, forse per un destino ineluttabile dell’umanità, lo straordinario ed impensabile progresso tecnologico cui si è giunti ha, paradossalmente, condotto al… regresso. Perché sostengo ciò? Per un ragionamento estremamente lineare, basato su dati inconfutabili e comprensibilissimi anche ad un bambino della scuola materna. Al punto in cui siamo, infatti, un semplice personal computer, dotato dei programmi adeguati, consente ad un imprenditore o all’amministratore di un ente pubblico di fare a meno di tutte quelle unità lavorative di cui, prima dell’avvento dell’informatica, avrebbe avuto bisogno. Ma possiamo obbligare l'imprenditore o il pubblico amministratore a rinunciare all’ormai indispensabile e “democratico” strumento? Certamente no: m’incazzerei anch’io se mi dicessero di tornare a scrivere i miei articoli con la vecchia e rumorosa “Olivetti Lettera 35” o di inviare le foto in redazione tramite il pullman della “Sais” anziché con un semplice “clic” sulla casella di posta elettronica! E’, a tal riguardo, paradigmatico quanto accaduto ad un mio collega giornalista che, in virtù del suo lavoro, ha avuto modo di maturare parecchie amicizie nel mondo degli artisti figurativi siciliani. Ebbene: sino ad un paio d’anni fa alcuni sindaci ed assessori alla Cultura erano soliti conferirgli l’incarico di direttore artistico per allestire mostre ed eventi vari, ma adesso non lo chiamano più in quanto provvedono loro stessi, o facendosi aiutare dai precari in servizio al Comune, a reclutare gli espositori, visto che è agevole individuarli e contattarli “smanettando” sui motori di ricerca o sulle pagine di “Facebook”, senza bisogno di impegnare somme di denaro per pagare un direttore artistico. Per carità! Liberissimi di avvalersi delle “autostrade” di Internet, anche per non gravare le magre finanze comunali di ulteriori spese; questi politici, però, non devono andare in giro nei convegni e nei talk-show televisivi a gridare ai quattro venti che loro sono “per il lavoro, la massima occupazione e la valorizzazione dei talenti e delle professionalità”!... A parte il fatto che una cosa è cercare “alla rinfusa” nella Rete (dove anche chi non garantisce alcuna qualità riesce bene o male a “promuoversi”…) ed un’altra avvalersi della competenza e della conoscenza diretta di un direttore artistico; ma tant’è: con Internet ognuno di noi si crede di avere il mondo nelle mani e di potersi improvvisare esperto e professionista di qualsiasi settore… Morale della favola: chi in tale contesto ci “sguazza”? Non certo la grande massa dei comuni cittadini (disoccupati o, nelle migliori delle ipotesi, precari e malpagati), bensì la ristrettissima élite di magnati dell’informatica comprendente Bill Gates, ideatore del diffusissimo sistema operativo “Windows”, Sergey Brin e Larry Page, fondatori del consultatissimo motore di ricerca “Google”, i costruttori dei vari software (cui vanno i relativi e consistenti diritti d’autore) e Mark Zuckerberg, il giovane americano inventore del popolarissimo “Facebook”: sono questi, insomma, gli attuali e straricchi “padroni dell’umanità”, mentre gli altri, proprio per effetto di ciò che i predetti signori hanno prodotto (sicuramente con nobili intenti!), siamo destinati a “vivacchiare” ed a disperarci; oppure a “consolarci” ingannando il tempo libero dal lavoro “che non c’è” allacciando amicizie e relazioni “virtuali” sui vari social-network ed alienandoci dalla vita reale. Non resta che attendere l'arrivo di un… nuovo Messia, il quale si renda conto che, finché ci tocca stare su questo pianeta, non tutto può essere “virtuale”, a cominciare dal lavoro e dal denaro necessario a condurre un’esistenza degna di tale nome… RODOLFO AMODEO
  3. Num: 3 -- 06 Gen 2011 - 02:03,19
    Luisa Percolla ha scritto...
    Carissimo Rodolfo Amodeo, in questo tuo ultimo “commento al commento” mi sei sembrato essere piuttosto contrario alle nuove tecnologie informatiche ed, in particolare, ad Internet, mentre proprio di Internet tu ti avvali molto, sia nel lavoro di giornalista e sia in questo tuo sito web che ti sta tanto a cuore e che curi scrupolosamente. Come la mettiamo?!...
  4. Num: 4 -- 07 Gen 2011 - 11:30,28
    Rodolfo Amodeo ha scritto...
    Cara Luisa, ti ringrazio immensamente per l’opportunità che mi dai di chiarire il mio pensiero al riguardo. Non sono assolutamente contrario ad Internet! Anzi ho sempre detto che proprio nel settore giornalistico, in cui il sottoscritto opera, il Web costituisce una preziosissima opportunità a garanzia del pluralismo e della libertà dell’informazione: prima dell’avvento dei vari giornali online e dei liberi spazi di comunicazione (come il mio) ci potevamo “abbeverare” solo alle “solite” fonti della carta stampata ed ai “colossi” radiotelevisivi, mentre adesso, grazie ad Internet, ognuno di noi può agevolmente esprimere il proprio pensiero, veicolare notizie e dare voce a chi lo merita, senza dover “chiedere il permesso” (magari andando incontro ad inconcepibili censure) ai sopra accennati “potentati”. Dal punto di vista “pratico”, inoltre, Internet e, più in generale, il computer consentono ad un giornalista come me di operare in maniera estremamente agevole e professionale, per tutta una serie di motivi facilmente intuibili (velocità nella battitura e nella correzione dei testi, possibilità di invio immediato in redazione, facilità di ricerca sul Web per poter dare un’informazione quanto più esatta e completa possibile, ecc.). Pertanto, ciò che intendevo dire nel mio commento a quanto scritto dai signori Lo Presti e Sena in merito ai malesseri della società attuale, è che per tutte le “comodità” - quali Internet e le nuove tecnologie in genere - c’è sempre un prezzo da pagare: nella fattispecie, in termini di posti di lavoro. E voglio farti degli esempi banalissimi. Io, come ti dicevo, mi “diverto” a scrivere un articolo sapendo che, un istante dopo, sarà già in pagina così come io l’ho redatto; ma non penso che, nei decenni scorsi, il mio editore doveva dare lavoro ad un fattorino per andare a ritirare quell’articolo e la relativa foto nel posto in cui li facevo recapitare (magari il capolinea dell’autobus) e ad un dimafonista-digitatore affinché ribattesse il testo da me dettatogli per telefono: questo ti fa capire che, “grazie” al mio computer, si sono “bruciati” almeno due posti di lavoro! E trasferiamoci in un altro settore che conosco bene a causa di una “passionaccia” che mi accompagna sin dall’età giovanile: la musica. Sino agli Anni Settanta, un cantante che voleva incidere qualcosa di pregevole all’ascolto doveva assoldare una grande orchestra di almeno quaranta elementi (ognuno dei quali, quindi, aveva un’opportunità di lavoro), mentre oggi, sempre grazie al computer, gli basta un solo tastierista-programmatore per abbellire la sua canzone con “tappeti” di violini, “stacchetti” di fiati ed effetti di altri strumenti perfettamente simulati elettronicamente. Ed allora: il computer andava “inventato” o no? Certamente sì! Perché è nella natura dell’uomo cercare di migliorare la propria esistenza rendendola sempre più facile e “sopportabile” attraverso nuove scoperte ed invenzioni. Ed allo stato in cui si è giunti - a cominciare da me - non siamo più disposti a tornare indietro mettendo da parte il computer e tutte le preziose opportunità che esso ci offre, prima tra tutte quella di poter “creare” (il giornalista articoli, il cantante canzoni, ecc.) senza dover “combattere” con decine e decine di altre persone. Probabilmente, dunque, dotandosi di questa macchina l’uomo è arrivato quasi “al massimo” per fare a meno del proprio simile, e questo “simile” ne sta cominciando a pagare le conseguenze. Siamo, in pratica, alla cosiddetta “fine del mondo” che – ripeto – non consiste in un'improvvisa catastrofe apocalittica, bensì in una “lenta agonia” (fatta di posti di lavoro che vengono meno e conseguenti miseria dilagante, alienazione sociale ed aumento dei fenomeni criminali) da cui – a mio modesto avviso – ci si può riprendere con uno sforzo d’intelligenza e di buona volontà. Come? Semplice: mettendo il computer al servizio dell’uomo, e non viceversa. In pratica, il tempo che il computer, con la sua “velocità”, ci fa risparmiare, potrebbe essere impiegato per fare e produrre altre cose (es.: tornare a curare la campagna) o per elaborare idee imprenditoriali in grado di creare reddito e, quindi, occupazione. Questa formidabile macchina, invece, la si continua a tenere accesa anche dopo il lavoro per… giocare al videopoker o “trastullarsi” con le relazioni virtuali sui social-network; questi ultimi potrebbero essere utilissimi negli affari o, al limite, per trovare…l’anima gemella, ma quando ad una persona del tuo stesso paesino, anziché darle appuntamento in piazza, glielo dai su… Facebook, significa che in questa società della comunicazione c’è, paradossalmente, qualche difetto di… comunicazione! E non dimentichiamo, infine, il fondamentale ruolo cui potrebbero assolvere gli imprenditori: anziché massimizzare i profitti trattenendo a sè tutto il denaro che il computer consente loro di risparmiare o di guadagnare in più, sarebbe opportuno che ne reinvestissero almeno una parte per retribuire i loro dipendenti in maniera dignitosa o assumerne di nuovi, migliorando così ulteriormente il rendimento e la competitività delle rispettive aziende. In conclusione, ringrazio chi ha inventato il computer, i relativi programmi ed Internet, strumenti importantissimi, utilissimi ed ormai insostituibili, soprattutto per chi, come me, si occupa in prima persona di comunicazione; ma se non ci si serve di essi in maniera razionale ed equilibrata, si rischia di fare andare il mondo letteralmente a rotoli. RODOLFO AMODEO
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