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22 Luglio 2011
Crisi economica? Più realismo e meno “nostalgia”…
Qualche “saggio benestante” propone di tornare all’“antica civiltà contadina”, quando un pasto bastava per tutta la giornata ed un vestito per più generazioni. Ma non è più possibile abbandonare le abitudini ed i “costi” della società contemporanea…
Un famoso professionista di Catania, per lungo tempo impegnato in politica, ha sempre goduto della mia stima per la sua “seducente” arte oratoria e soprattutto - al di là delle convinzioni politiche - per le sue doti di coerenza ed onestà intellettuale. Ma in merito a quanto da lui recentemente pubblicato sulle colonne del quotidiano “La Sicilia” avrei qualcosa da ridire.
Non m’interessa citare il nome e cognome di questo autorevole personaggio, né manifestarmi esplicitamente a lui per ottenere una replica; m’interessa solo prendere spunto da questo suo pubblico intervento per “smontarne” altri analoghi che, in questi ultimi tempi, ho sentito proferire anche a diversi “uomini della strada”.
L’argomento è sempre quello: la devastante crisi economica che affligge gli italiani, molti dei quali, a causa di essa, sono sull’orlo della depressione o, addirittura, del… suicidio.
Ebbene: sapete come, in quel suo intervento giornalistico, questo illustre cittadino catanese ci “consola”? Dicendoci che non tutti i mali vengono per nuocere perché, “grazie” a questa crisi, saremo costretti a riappropriarci delle buone abitudini del passato, facendo ritorno agli “antichi saperi e sapori”. Qualche esempio? Il cibo che avanza dal mezzogiorno lo si può “riciclare” per la sera, il cappotto utilizzato un paio d’anni prima dal fratello maggiore lo si può passare al fratello minore, ecc.
Ma… vengo e mi chiedo: crede proprio l’esimio, dotto e “benestante” signore in questione, che il ritorno a queste antiche e lodevoli consuetudini possa consentire alle famiglie italiane, e siciliane in particolare, di fronteggiare il dilagante stato di miseria?!
La verità è che quel “passato” fatto di risparmi sul mangiare e sul vestire non è più proponibile perché, in fondo, il mangiare ed il vestire, grazie alla sfrenata concorrenza tra gli “hard discount” ed ai… negozi cinesi, non costituiscono più un problema: il vero problema è, invece, l’insostenibile pressione fiscale cui sono sottoposti gli italiani, senza la quale basterebbero anche una decina di migliaia di euro l’anno per consentire ad una famiglia (facendo magari quelle virtuose ed antiche “acrobazie” sul cibo e sull’abbigliamento…) di vivere dignitosamente. Ci sono, però, da fronteggiare la dichiarazione dei redditi, la partita Iva, le bollette dell’acqua e della luce, quelle dell’Ato-rifiuti, il bollo e l’assicurazione dell’automobile, i consumi del metano, il pagamento del posteggio nelle “strisce blu” e tanti altri balzelli per ogni… millimetro cubo di aria che si respira e che una volta - con buona pace di questo autorevole opinionista del quotidiano “La Sicilia” - non esistevano o, quantomeno, non presentavano importi così esosi (complessivamente migliaia di euro l’anno per ogni famiglia) come quelli attuali (anche perché – come si sente dire da tempo – gli enti pubblici e privati hanno bisogno di “far cassa” per sopravvivere...).
Bisogna, poi, fare la ricarica al telefonino cellulare e mettere la benzina – sempre più costosa - all’automobile (mezzi che, ai tempi della “minestra riscaldata” e dei “vestiti riciclati”, non esistevano…), altrimenti non ci possiamo nemmeno recare al lavoro (o cercarcelo…) per introitare (quando capita…) quei “miseri” mille euro al mese (da utilizzare in buona parte – ed è il cosiddetto “cane che si morde la coda” – per pagare imposte e tasse varie…).
E pensiamo anche a chi non è proprietario di una casa e deve pagare l’affitto ed a chi non ha alcun lavoro e deve farsi aiutare da genitori e nonni (fin quando gli campano…).
Mi chiedo allora: perché e “per chi” dovremmo “provare piacere” a mangiare la minestra del giorno prima o ad indossare il cappotto già usato dai nostri fratelli maggiori?!…
Da un professionista e politico di cotanto spessore non ci saremmo mai aspettate considerazioni del genere, assolutamente inaccettabili al cospetto di una moderna e consolidata (ma sofferente…) società che non può più, in ogni caso, tornare indietro (ossia ai tempi in cui non esistevano automobili e telefonini e nemmeno Comuni ed “Ato” a caccia di soldi…) né trarre alcun beneficio dal “riciclaggio” del cibo e dei vestiti.
A meno che, ispirato da certi “intellettual-scic” contemporanei, il nostro amico non abbia voluto ostentare anche lui la “moda” della cucina contadina (che certi sedicenti “agriturismi” fanno pagare cinquanta euro a cranio!...) e del ritorno alle antiche tradizioni, sicuramente encomiabile, ma solo come fatto culturale e non anche come rimedio concreto per… sbarcare il lunario.
In definitiva, così come ritengo che evocare gli spettri del Fascismo e del Comunismo sia oggi del tutto fuori luogo (in quanto sistemi politico-culturali che non possono più attecchire nell’odierna società), ritengo anche che la cosiddetta “antica civiltà contadina” non possa più costituire un metro di paragone in quanto, allo stato in cui si è giunti e nel sistema in cui ci troviamo a vivere, è assolutamente impensabile tornare indietro e rinunciare a strumenti come l’automobile, il telefonino cellulare e l’acqua calda per farci la doccia.
Perché, anziché accanirci ulteriormente sui “comuni mortali” con ormai improponibili modelli sociali, non esortiamo, invece, i vari parlamentari nazionali e regionali, che percepiscono mediamente ventimila euro al mese, a condurre loro quello “spartano” stile di vita dei nostri antenati evocato dall’insigne opinionista da cui abbiamo preso spunto?... Sicuramente, di quei ventimila euro mensili gliene rimarrebbero almeno diciottomila, che potrebbero destinare ai giovani (e meno giovani…) senza lavoro ed alle famiglie sull’orlo della disperazione.
RODOLFO AMODEO
* * *
Manco a farlo apposta, sullo stesso quotidiano che ha ospitato le riflessioni sulla crisi economica dell’illustre personalità catanese cui accennavamo, è apparso oggi (22 luglio 2011, a pag. 3 ed a firma della giornalista Marianna Berti) il resoconto dell’indagine Censis-Confcommercio sui consumi degli italiani nel primo semestre 2011.
Ebbene: ci si dà pienamente ragione in quanto si legge che «… la crisi ha trasformato un Paese di “formiche”, tradizionalmente attento a mettere da parte quante più risorse possibili, in un popolo di “cicale”, con uscite superiori alle entrate. Il cambiamento non è, però, dovuto alla crescita di consumi “liberi”, come abbigliamento o viaggi, ma all’aumento di spese “obbligate”, che risentono dei rincari per carburanti, bollette e servizi sociali. E’ questa la situazione dei bilanci familiari che esce fuori dall’indagine Censis-Confcommercio sulla prima parte del 2011».
Finiamola, dunque, con la “favoletta” dell’italiano spendaccione e prendiamocela, piuttosto, con lo Stato “pappone”…
E finiamola, soprattutto, di “umiliare” gli italiani facendo capire che siamo quasi “incapaci di intendere e di volere” nell`amministrare i nostri soldi e dei “debosciati” destinati alla “perdizione” perché abbiamo rinnegato i sani costumi di una volta: le cause di questa crisi sono ben altre e stanno altrove!...
Sapete, a mio modestissimo avviso, a chi sono da attribuire le colpe per il triste stato in cui gli italiani attualmente ci ritroviamo? Presto detto:
- ai governanti della Prima Repubblica che hanno “scialacquato” troppo;
- al giudice Di Pietro ed ai suoi colleghi magistrati che hanno cancellato con un drastico “colpo di spugna” la, sia pur discutibile, Prima Repubblica senza pensare ai conseguenti effetti devastanti sulla popolazione;
- ai politici di questa Seconda Repubblica che, contrariamente ai loro predecessori, pensano solo a se stessi senza dare risposte alla gente che li ha votati;
- alla “tanto decantata” Unione Europea, che pone solo obblighi (direttive da osservare, regolamenti da applicare, ecc.) senza mai venire incontro allo Stato italiano allorquando quest’ultimo versa in stato di difficoltà (come nel recente caso degli sbarchi degli immigrati in Sicilia).
Ed allora: perché il cittadino, senza avere colpa alcuna della sua “miseria”, dovrebbe mangiare la minestra “avanzata” da mezzogiorno, indossare i vestiti usati da suo fratello e, per di più, pagare tasse che non corrispondono affatto alla qualità dei servizi pubblici erogatigli, ma che servono, in buona parte, a mantenere la cosiddetta “casta”?!...
R.A.
Commenti
Commenti presenti: 2
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Num: 1 -- 23 Lug 2011 - 10:25,34
Fabrizio ha scritto...
Bell'articolo Rodolfo... come sempre colpisci nel segno. Volevo solo aggiungere che parecchie famiglie (e lo so per certo) sono già ritornate da tempo alle buone abitudini del passato, riciclando tutto quello che è possibile riciclare dai vestiti al cibo, lo zaino per la scuola e le scarpe, persino gli occhiali da vista ma non basta e, dopo quest'ultima finanziaria, sono convinto che tutti i loro (e i nostri) sforzi basteranno ancora di meno. Speriamo bene... -
Num: 2 -- 26 Lug 2011 - 12:53,09
Antonio Magr ha scritto...
Con tutte le cose che di importante non pubblicano (almeno al sottoscritto) e di cui ci sarebbe di che scrivere e da far conoscere ai lettori, al giornale La Sicilia questa se la potevano proprio risparmiare. Evidentemente faceva parte, come tutte le altre notizie simili a para-simili, della linea politico-editoriale sulle cose pubblicabili. Mi meraviglio di voi che continuate a comprare questo giornale e che continuate a meravigliarvi di quello che vedete pubblicato. Personalmente, non lo leggo neanche se vado dal barbiere e me lo ritrovo lì, comprato da lui e a disposizione dei suoi clienti. E' una questione di dignità e di onestà nei confronti di me stesso non leggerlo. Come del resto non leggo la Gazzetta del Sud. Vi e mi domanderete: "Ma tu che ci scrivi come fai a non leggerlo". Francamente non mi importa più nemmeno se mi pubblicano gli articoli. Credo che quando sei una testa pensante e libera è questo che vogliono. Così non nuoci a nessuno. Ritengo che se al giornale ci fosse stato mio nipote di 10 anni, una cosa del genere l'avrebbe cestinata. Non è che quando uno apre bocca tu debba pubblicare per forza quello che dice. Il punto è proprio questo: se già siamo governati da persone di cui un giornalista potrebbe fare a meno di pubblicare obiettivamente almeno il 90 per cento delle stronzate che dicono, è vero che i giornali da leggere in Italia non sono che due o tre. Perché fanno inchieste, ti dicono quello che fanno i politici e quello che non fanno, e ti danno la possibilità di farti un'idea dello stato della democrazia. Giornali che ormai hanno un budget per cui si possono permette battaglie legali, difendere i propri giornalisti, la loro libertà di espressione, e quella della gente di sapere perché quella tal cosa non va per come dovrebbe (anche quando si prende di coraggio, va da un giornalista e gli chiede se è possibile denunciarla quella tal cosa). Non è che le inchieste partano sempre dai giornalisti, ma anche dai cittadini liberi, che si rivolgono ai giornalisti per conoscere la verità su qualcosa che sta loro a cuore e potrebbe starlo anche ad altri. Non a La Sicilia, dove pure i soldi ci sono, e dove preferiscono pubblicare cose simili. Almeno se una cosa del genere la pubblicasse, che ne so, Repubblica, potrei sempre credere che stanno cercando di fare il gioco opposto del tizio stesso di cui pubblicano le parole. Come, ad esempio, Antonello Caporale in certe sue interviste, che prendono per il culo l'intervistato e quello pare che nemmeno se ne accorga. Insomma, può esserci una strategia. Un giornale che pubblica solo per riempire spazi con cose simili, voi continuate a leggerlo. Anche tu, caro Rodolfo!