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13 Novembre 2010

Antonio Magrì e la semiotica della mafia e della disinformazione

Un saggio del giornalista di Taormina sui traguardi raggiunti nella lotta alla criminalità organizzata grazie al metodo dell’interpretazione dei “segni”. Ma anche una coraggiosa denuncia delle storture ed anomalie del giornalismo, specie siciliano

     Leggere un libro o un articolo di giornale, assistere ad un programma televisivo o semplicemente ascoltare ciò che ci vien detto da una qualsiasi persona: sembrerebbero tutti dei banali momenti di “ordinaria quotidianità” che, però, finiscono col condizionare le nostre esistenze. Sarebbe, quindi, utile saper “leggere tra le righe” ed “andare oltre” ciò che si manifesta a noi superficialmente, in maniera tale da essere in grado di interpretare con esattezza le varie informazioni che, attraverso qualsivoglia segnale (scrittura, parola, gestualità, ecc.), ci giungono continuamente dall’esterno.

     E’ questo, in estrema sintesi, l’obiettivo di quella particolare disciplina denominata Semiotica (dal termine greco “semeion” che significa “segno”) e che in Italia ha uno dei massimi esperti in Antonio Magrì, giovane giornalista di Taormina laureatosi al “D.A.M.S.” di Bologna, referente responsabile dell’Associazione Italiana Studi Semiotici, collaboratore della rivista di semiotica on-line “Ocula” ed autore (per i tipi della “Aracne” di Roma) dei saggi “Di Blob in Blob” (sull’analisi del linguaggio televisivo e cinematografico prendendo spunto dalla trasmissione “cult” di Enrico Ghezzi) e “Semiotica di Cosa Nostra e dell’Antimafia”. Ed è proprio su quest’ultimo lavoro, dato alle stampe qualche mese fa, che vogliamo soffermarci.

     L’abbiamo, infatti, particolarmente “preso a cuore” anche per le tante pagine che l’autore dedica alle problematiche del mondo dell’informazione; non a caso, la pubblicazione reca come sottotitolo “Il ruolo del giornalismo tra linee editoriali e conflitti di interesse”. Ma andiamo con ordine.

     L’assunto da cui parte Antonio Magrì è che proprio la semiotica può dare un notevole contributo nella lotta alla mafia ed alla disinformazione; questo perché i due “mali” appena citati presuppongono, da parte dei rispettivi artefici, l’adozione di comportamenti “strategici”, ossia l’utilizzo di linguaggi ed espedienti in grado di depistare l’opinione pubblica mostrando a quest’ultima una realtà diversa da quella effettiva. Il mafioso, in pratica, fa di tutto per non svelare le sue carte al magistrato ed alle forze dell’ordine, così come gli editori ed i giornalisti corrotti propinano al lettore articoli e servizi reticenti e/o mistificanti nell’intento di difendere certe posizioni. E laddove - conclude in buona sostanza Magrì - mafia ed editoria diventano un tutt’uno, gli effetti sulla società sono devastanti. Ecco, dunque, l’importanza dell’applicazione della metodologia semiotica per poter avere una visione “ai raggi X” (ossia reale e veritiera) sia dei messaggi con cui i mafiosi comunicano tra di loro e sia di quelli che i mass media veicolano, non sempre per “amore della verità”...

     Riguardo, in particolare, a Cosa Nostra ed all’Antimafia, l’autore porta a modello l’impronta semiotica conferita alle loro inchieste dai compianti giudici Falcone e Borsellino, precursori di un metodo d’indagine e di ricostruzione dei fatti rivelatosi estremamente efficace. Grazie ad esso si è, ad esempio, risaliti alla struttura piramidale di Cosa Nostra (che oggi si scopre essere anche della ‘Ndrangheta, ma non della Camorra) e si è giunti all’istituzione di un “pool” di esperti in grado, appunto, di “leggere” le trame pregresse, poi interrotte, poi ancora riprese o in corso d’opera della mafia.

     Magrì evidenzia pure come un prezioso contributo “semiotico” sia giunto, qualche decennio prima dell’impegno degli eroici magistrati palermitani, dall’arte e dalla letteratura attraverso la saga del “Padrino”: lo scrittore e giornalista Mario Puzo ed il regista Francis Ford Coppola hanno ben decifrato i “codici” della mafia siciliana attraverso il romanzo scritto dal primo e da cui il secondo ha tratto poi spunto per l’omonimo capolavoro cinematografico.

     Quindi, attingendo alla sua consolidata esperienza di cronista spesso “d’assalto”, Magrì dedica gli ultimi capitoli dell’interessante pubblicazione alle storture che caratterizzano l’attuale sistema dell’informazione, con particolare riferimento a quanto si verifica nell’anomalo panorama giornalistico siciliano.

     Ed è tutta una “brutta storia”, purtroppo verissima, di testate con posizioni dominanti (se non quasi monopolistiche) che fanno “il bello ed il cattivo tempo” in quanto i loro editori, mortificando la professionalità e la dignità del giornalista, decidono se e come far pubblicare una notizia; di mobbing ed umiliazioni varie subiti dai collaboratori esterni, peraltro sottopagati o per nulla pagati; di editori “impuri” che si servono del giornale per perseguire finalità personali che nulla hanno a che vedere col diritto-dovere d’informazione; di giornalisti che stanno alla “corte” di questi potentati, ma contemporaneamente rivestono ruoli all’interno del sindacato e dell’Ordine professionale e, come tali, non offrono alcuna garanzia di tutela al collega libero e “debole”; di mediocrità dilagante che vede giornalisti di basso profilo occupare nelle redazioni posti di primo piano e con tanto di regolare contratto di lavoro, mentre chi effettivamente merita è destinato a rimanere al palo in quanto si rifiuta di piegarsi a certe logiche ipocritamente denominate “linee editoriali”; di una categoria che non è capace d’indignarsi, di avere un sussulto d’orgoglio e di far valere i propri sacrosanti diritti perché prevalentemente costituita da gente che si accontenta solo di vedere la propria firma in pagina, di ostentare il possesso di un “tesserino” e di essere “qualcuno” nell’ambito territoriale sul quale scrive (tanto, con l’ignoranza dilagante, solo in pochi hanno la capacità di saper distinguere: alla fine, chiunque scrive per un qualsivoglia giornale è un “giornalista”, al di là di ciò che pubblica, dei titoli di studio e del bagaglio culturale che si porta dappresso e degli errori di grammatica presenti nei suoi articoli...).

     Tante ed emblematiche le vicende di giornalismo “malsano” riportate dall’autore, o per esserne stato protagonista diretto o per averle apprese da colleghi che, come lui, non tollerano più questo deplorevole andazzo; di fronte ad esse non si sa se “sorridere” o abbandonarsi all’indignazione. Alcuni esempi? Eccoli di seguito:

     - il corrispondente che si vede censurato il pezzo eclatante di cronaca giudiziaria sgradito all’editore in pieno conflitto d’interessi (perché non “stampa” solo giornali, ma è anche titolare di società di costruzioni, aziende agricole, ecc.), ma che poi viene obbligato a scrivere del “nulla” in quanto c’è lo spazio di trenta righe da dover riempire quotidianamente, al di là se ci siano notizie rilevanti o meno (via libera, dunque, ad indiscrezioni infondate, chiacchiericcio politico, megaprogetti che non andranno mai in porto ed altre “informazioni” tanto per prendere per i fondelli il lettore…);

     - lo stesso corrispondente che, entro le prime ore della mattinata, deve anticipare al caposervizio (lautamente retribuito e comodamente seduto in redazione…) l’argomento del suo prossimo articolo, che comunque non verrà pubblicato l’indomani, bensì (se tutto va bene) dopo… due giorni, con il serio rischio che la notizia scada d’attualità (alla faccia della qualità e della tempestività dell’informazione!...);

     - il parente dell’amministratore comunale che, senza aver mai orbitato nel mondo dell’informazione, assurge “improvvisamente” a corrispondente con il compito di scrivere dalla stessa municipalità amministrata dal congiunto (alla faccia della stampa “cane da guardia del potere”!...);

     - i rimbrotti e l’impopolarità cui va incontro il cronista che si sforza di denunciare i problemi di una comunità e che, al contrario, i politici locali dovrebbero apprezzare in quanto dà loro la possibilità di conoscerli ed affrontarli; e se di quella comunità il cronista in questione è anche un cittadino, gli tocca sorbirsi la solita e “provinciale” accusa del «con i tuoi articoli tu non vuoi bene alla tua città!...»;

     - l’assurda e spietata “guerra tra poveri” fomentata dai soliti capiservizio “nullafacenti” i quali sono portati a privilegiare e valorizzare certi corrispondenti anziché altri, ingenerando nella categoria (ed a volte tra giornalisti operanti su uno stesso territorio) rancori, invidie e frustrazioni.

     Ne vien fuori un panorama oltremodo desolante e deprimente, perché all’insegna della totale assenza di professionalità, dello sfruttamento lavorativo più spietato, del nepotismo e della negazione assoluta della meritocrazia: l’editore – fa capire a chiare lettere Antonio Magrì “fotografando” una situazione purtroppo reale, soprattutto in Sicilia – non vuole al suo fianco veri professionisti dell’informazione, bensì “servi fedeli” che magari non sanno esprimersi al meglio e sono del tutto privi del cosiddetto “senso della notizia”, ma obbediscono ad ogni suo ordine e non osano intralciare i suoi interessi. Così, mentre all’estero (ad esempio negli Stati Uniti d`America) i giornalisti vengono periodicamente reclutati sulla base di bandi che le varie testate pubblicano sui rispettivi siti Internet, gli editori italiani si affidano a quella che l’autore chiama “immeritocrazia”, ossia le assunzioni “segrete e misteriose” (ovvero per “pochi eletti”) tramite raccomandazioni, conoscenze e “segnalazioni” che non offrono alcuna garanzia di qualità nel prodotto che poi si andrà a fornire al lettore.

     Al cospetto di tale tristissima ed “immorale” realtà, uno dei colleghi intervistati da Magrì si dichiara tentato di abbandonare la professione di giornalista, anche allo scopo di “scuotere le coscienze”; ma l’autore, giustamente, gli fa intendere che a suscitare indignazione e conseguenti mobilitazioni di categoria e di piazza sono le persecuzioni di cui sono vittime le “grandi firme” nazionali (come Santoro, Travaglio, Maria Luisa Busi, il compianto Biagi, ecc.), mentre in Sicilia il “povero” giornalista discriminato e disperato lascia del tutto indifferenti, anche perché – come si accennava prima – i suoi rappresentanti sindacali e di categoria sono anch’essi espressione dei potentati editoriali isolani. La Sicilia è una terra bellissima, ma “ingrata”: alla fine, dunque, benché tu sia un giornalista validissimo e, per tale andazzo di cose, abbandoni la testata che ti ha sfruttato ed umiliato, sarai destinato a cadere nel dimenticatoio e, probabilmente, a cambiare mestiere; se, invece, sei un giornalista di fama ultraregionale (come quelli prima citati) che “rompe” con un editore (ad esempio la Rai), vieni subito “corteggiato” e magari ingaggiato da un altro editore (ad esempio La7). Ma nell’asfittico e provinciale sistema editoriale siciliano ciò è ancora del tutto impensabile.

     Semiotica? Forse è una parola “grossa”, ma con questa sua recente pubblicazione Antonio Magrì ci invita tutti a familiarizzare con essa per imparare a conoscere cosa sta dietro alla mafia ed a certi ambiti che da quest’ultima, in fondo, non sono poi così tanto dissimili…

     RODOLFO AMODEO

  


 

      P.S.:

     Sulla base di quanto riferito dal collega Antonio Magrì in questa sua significativa opera, a “certi” giornalisti siciliani che ci ostiniamo a restare e lottare nella nostra terra non ci si venga più a dire che «siamo bravi, ma dovremmo fare il salto di qualità»: è facile, a parole, formulare questi “complimenti-rimproveri”, salvo poi scontrarsi con una realtà (sì, proprio quella eloquentemente descritta da Magrì nonché in altre pagine di questo website) ben diversa, dove la “bravura”, anziché essere premiata, viene mortificata.

     E poi, guardandoci intorno, dove sarebbe questa “qualità” in cui andare a “saltare”?!...

     Se siamo “bravi giornalisti” è proprio perché ci leggete su piccole, ma “indipendenti”, testate locali e provinciali; esse ci danno la massima libertà di esprimerci, mentre se fossimo al soldo di certi “colossi” editoriali dovremmo limitarci (a fronte di un paio di euro a pezzo...) alle “asettiche” notizie brevi ed al semplice “copia e incolla” dei comunicati stampa sulla sagra paesana, sull`inaugurazione del sentiero naturalistico o sul prodotto tipico agroalimentare… (Rodolfo Amodeo)

 


 

LA RECENSIONE DI MATTEO ALBANIA SU "UNILIBRO.IT" 

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Commenti presenti: 14

  1. Num: 1 -- 17 Nov 2010 - 01:11,01
    Gaetano C. ha scritto...
    Condivido appieno quanto hanno scritto Antonio Magrì nel suo libro e Rodolfo Amodeo nella relativa ed esaustiva recensione. Ma (non essendo un “semiotico”…) vorrei, in particolare, soffermarmi sul fattore che il corrispondente deve ogni giorno riempire le “trenta righe” anche se non c’è nulla di rilevante da riportare. Non sarebbe meglio impiegare quel corrispondente per produrre, “una tantum” e con calma, un servizio giornalistico degno di questa denominazione, anziché “assillarlo” richiedendogli una “notiziola” o più al giorno, anche se non c’è nulla d’interessante da scrivere? Ritengo che tutti i corrispondenti dei quotidiani regionali (ed in particolare quelli di Taormina e dintorni) siano giornalisti preparati, ma i ritmi e le direttive che gli si impongono impediscono loro di fare giornalismo “vero” e con la “G” maiuscola. Questo per dire che se un giorno non ci sono notizie di una certa importanza, sarebbe meglio riempire le “trenta righe” con una rubrica di culinaria, oppure con quelle dei consigli del medico, dell’avvocato o del sessuologo… E, nel frattempo, il corrispondente potrebbe dedicarsi ed approfondire questioni più interessanti per il lettore, anziché affannarsi ad andare dietro alle dichiarazioni, alle risposte, alle repliche ed ai “curtigghi” dei vari politicanti locali solo per ottemperare all’“obbligo” di produrre uno o due articoli al giorno: ne verrebbe sicuramente fuori un giornalismo, anche locale, di maggior qualità. Grazie per l’ospitalità!
  2. Num: 2 -- 17 Nov 2010 - 12:13,38
    Antonio Magr ha scritto...
    Gentile Gaetano, lei ha trovato il bandolo della matassa. E' proprio quel giornalismo che non deve venire fuori dai famosi giornali regionali. Figurarsi nelle pagine locali di queste testate. E sono sicuro che avrà capito altrettanto bene che il motivo risiede nel fatto che i rappresentanti di alcuni dei massimi equilibri di potere - intrecciati tra loro - non vogliono essere toccati; bisogna proprio starne alla larga; anche quando è la magistratura ad interessarsene, certi nomi non devono venire fuori; e che c'è chi tra i giornalisti (pure del sindacato) si assoggetta deliberatamente a queste logiche. Se poi comunque questi giornali vengono venduti lo stesso a iosa solo perchè la maggior parte dei lettori ha sete di questi "curtigghi" o di questi articoli che danno sempre e soltanto la voce ai "politicanti" di turno, o parlano di ipotesi di lavoro che dovranno avvenire nel futuro (spesso remoto), o sono scritti al condizionale, beh, allora vuol dire che è un pò il tipo di informazione che gli stessi lettori si meritano. Basta fare una prova. Se uno non legge questi giornali per un pò di tempo, e poi d'un tratto li riprende in mano e vede - come è in effetti - che da decenni continuano a dire sempre le stesse cose, senza raccontare il territorio, capirà da sé allora che non vale la pena nemmeno comprarli. Personalmente, mi piacerebbe vedere se di punto in bianco i proprietari di questi giornali che hanno interessi dalle vostre parti (motivo per cui già i loro giornali non sono credibili) non si arricchissero più alle vostre spalle cosa farebbero. Penserebbero o no a come fare adesso a comprarsi quel terreno nelle vostre città per edificare - oltremisura o no - qualcosa? O penserebbero direttamente che non avete bisogno che nascano altre loro strutture, eco-mostri per farvi lavorare (sfruttandovi, tra l'altro, a nero o in modo precario), soprattutto se poi con questi eco-mostri -alzati non si sa grazie a quali varianti o permessi - danneggiano, deturpano quel bene paesaggistico che è la storia delle vostre città? Comincerebbero ad aver paura. E vorrei vedere anche le facce dei loro "amici di merende", senza più una pagina di giornale dove andare a sbattere la faccia. La rivoluzione dei lettori che non hanno più voglia di leggere certe notizie, e non hanno più voglia di fare la ricchezza economica e di immagine di questi potentati, sarebbe prima di ogni cosa la rivoluzione di voi cittadini, che non ammettete più che le vostre terre vengano abusate inopinatamente, soprattutto se poi non si sa mai chi è stato.
  3. Num: 3 -- 17 Nov 2010 - 15:19,46
    Rodolfo Amodeo ha scritto...
    Come molti avranno notato, non è mio costume inserirmi tra i sempre graditissimi commenti dei visitatori, perché ritengo questo uno spazio esclusivamente dedicato a loro: io, quello che ho da dire lo dico prima nella notizia principale. Ma sul giornalismo - specie siciliano - non si finisce mai di scrivere e di dire qualcosa, specie se stimolati da un valorosissimo operatore ed osservatore del settore quale il collega Antonio Magrì. Con riferimento alla sua risposta al commento di Gaetano C. vorrei rifarmi all’espressione “ignoranza dilagante” che ho utilizzato in un passo della mia recensione a “Semiotica di Cosa Nostra e dell’Antimafia”. Ebbene: con essa mi riferivo proprio alla massa “amorfa” dei lettori e, quindi, ad un’opinione pubblica purtroppo dominante che non premia certo la qualità (in questo caso dell’informazione), ma continua a rimanere “fedele” alla mediocrità. Altro, quindi, che “snobbare” certi potentati editoriali rifiutandosi di acquistare i loro prodotti (soluzione suggerita dal dott. Magrì): almeno in questo lembo di Sicilia Orientale, in cui il sottoscritto si trova ad operare, siamo al punto che se non lavori (si fa per dire… con un paio di euro a pezzo…) per questi potentati ti si disconosce addirittura la… qualifica di giornalista! Tanto per sorridere (o per indignarci…) porto qualche esempio concreto indicando con “X” la testata giornalistica del “potente” editore e con “Y” quella locale o provinciale. - Se in una comitiva, al momento delle presentazioni, dici che fai il giornalista e che scrivi per il giornale Y noti attorno qualche espressione di “delusione”, mentre se dici che sei del giornale X (dove sei umiliato e sfruttato e guadagni poco o nulla, ma… nessuno lo sa) si vede subito che ti viene riservata maggiore considerazione. - Se qualche amico o conoscente, sapendo che fai il giornalista, si rivolge a te per divulgare una certa notizia (magari l’evento che sta organizzando con l’associazione di cui è presidente o un disservizio in cui è incappato), ti dice subito: «Mi raccomando, fallo uscire sul giornale X!... », senza sapere che ognuno di noi la notizia che apprende o gli viene passata la pubblica sulle pagine della testata per cui scrive (io, ad esempio, sulla testata Y) e non su tutte le altre (a meno che non vieni ingaggiato come addetto stampa, ed allora sì che hai il preciso dovere di diramare i comunicati a tutte le redazioni). A questo punto, dico al soggetto in questione di industriarsi da sé per contattare il giornale X, ed alla fine (posso portare migliaia e migliaia di esempi) sapete quale è il risultato? Il giornale X pubblica poco o nulla (anche se si tratta di una notizia di un certo interesse), mentre il giornale Y dà a quella notizia adeguato risalto (es.: quaranta righe ed in più la foto) o, se ne vale effettivamente la pena, l’apertura (ossia lo spazio principale e più in evidenza della pagina). Però, tornando a quella “ignoranza dilagante” cui prima si accennava, per certi lettori “esiste” solo il giornale X (alla faccia della pluralità dell’informazione che si vorrebbe dare a quello che qualcuno ha, non a torto, definito “popolo bue”…). - E, “dulcis in fundo”, tocca purtroppo constatare che della massa “ignorante” ed “amorfa” fanno pure parte certi politici e certi “illuminati” imprenditori i quali, se hanno la voglia e/o la possibilità di assumere un addetto stampa per gli enti pubblici e le strutture private da essi guidati, tendono a far ricadere le loro scelte sui giornalisti del giornale X (perché ritenuti più “autorevoli” ed “influenti”) anziché su quelli del giornale Y, che magari sono più capaci professionalmente e dotati di un maggior bagaglio culturale e titoli di studio superiori (meditate, sindacalisti, meditate…). Forse, caro collega Magrì, si tratta di una terminologia piuttosto abusata, ma stavolta è proprio il caso di dire che il problema del rapporto tra cittadino ed informazione è di tipo “culturale” (o, in altri termini, di pigrizia intellettuale o, per essere ancora più chiari e diretti, di ignoranza diffusa...).
  4. Num: 4 -- 18 Nov 2010 - 11:23,06
    Antonio ha scritto...
    Carissimo Dott. Amodeo, dalla conclusione del mio articolo apparso ieri sulla testata regionale per la quale collaboro come per magia è scomparsa una parte. Il mio pezzo, infatti, finiva così: "...dell'economia locale, come, ad esempio, quello degli alberghi". Faccio un appello a tutti: se doveste vederla in giro vi prego di contattarmi.
  5. Num: 5 -- 19 Nov 2010 - 11:37,35
    Rodolfo Amodeo ha scritto...
    Carissimo Dott. Magrì, evidentemente ha preso un… abbaglio! A Taormina ci sono solo il sole, la vista sul mare, il Corso Umberto, il Teatro Antico e tanti,veramente tanti, politici in cerca di notorietà; ma non ci sono… alberghi. E lei dovrebbe saperlo bene visto che, oltre a vivere a Taormina, scrive su un importante organo d’informazione che, come tale, sta sempre dalla parte della verità… Ecco perché quelle “paroline” finali del suo recente articolo sono state eliminate…
  6. Num: 6 -- 19 Nov 2010 - 13:05,25
    Antonio ha scritto...
    Carissimo Dott. Amodeo, ma allora da dove venivano quelle telefonate che ho ricevuto questa estate - cui non ho potuto rispondere di persona ma di cui, come sempre, conservo vari tipi di prove - di quando una mattina due politici - una volta che avevo già spedito per email il mio articolo in redazione - lasciarono detto di farmi sapere che mi avevano cercato perché volevano chiedermi se potevo temporeggiare prima di pubblicare l'articolo (in uscita per l'indomani) in cui parlavo del cartello e della relativa ordinanza sindacale con cui, dunque, l'Amministrazione stessa vietava la balneazione tra Spisone e Mazzarò?
  7. Num: 7 -- 19 Nov 2010 - 15:17,17
    Rodolfo Amodeo ha scritto...
    Carissimo Dott. Magrì, è una riprova che i nostri politici, anche a costo di non dormire la notte, sono veramente iperattivi e si interessano ed occupano di tutto, pure della vita che si svolge nelle redazioni dei giornali... Dobbiamo, dunque, essere orgogliosi di chi ci rappresenta ed amministra le nostre comunità!...
  8. Num: 8 -- 22 Nov 2010 - 21:11,14
    Antonio ha scritto...
    Carissimo Dott. Amodeo, ha visto che belle pagine di giornale ieri? Lei lo sapeva che gli articoli scritti al condizionale sono la nuova frontiera del giornalismo? Perché non lo facciamo anche noi? Come dire: due "potrebbe" in prima pagina al dì non guastano mai. E poi che dire dell'articolo scacciafantasmi - ospitato, tra l'altro, come sempre, dal solito editore straniero che a Taormina fa l'imprenditore in un settore che non a caso interessa l'urbanistica - su ciò che dicono la "Repubblica" e lo scrittore, giornalista e magistrato Domenico Cacopardo (cacopardo.it) a proposito della mafia nei dintorni? A parte quello che dice questo scrittore, sarebbero da ammazzare quegli altri giornalisti che in tempi non sospstetti hanno intervistato il presidente di un'associazione locale contro il racket che gli ha detto che anche in quel di Taormina sono arrivati a minacciare qualcuno di estorsione. Come nessuno si azzardi mai a vedere se per caso i clan di Calatabiano, che fanno capo a quelli di Catania, la fanno da padrona tra giardini naxos, trappitello, taormina, ecc. Alle volte poi si scopre che magari questi ci hanno degli interessi da quelle parti. Magari anche solo per riciclaggio di danaro sporco. A nessuno tanto interessa sapere dove lo farebbero sto' riciclaggio. E nessuno pensi al settore trainante: gli alberghi! Per fortuna che abbiamo un premio cui pensare - di cui sempre l'editore straniero e imprenditore a taormina è uno dei giurati. Perché non facciano un articolo su quanto sono belle alcune costruzioni di alcune ditte di Catania? A proposito, ma lei lo sa perché a Taormina non è stato mai ammazzato nessuno? Se prendo a chi è che ha detto che esiste un ordine secondo cui la mafia non vuole che Taormina sia infettata da una cosa del genere gli stacco la testa. Anche se, però, penso al mio caro amico taorminese Davide Florio. Morto ammazzato a Calatabiano un giorno che aveva voluto far compagnia ad un suo amico. solo Ci manca tanto la sua gioia di vivere.
  9. Num: 9 -- 23 Nov 2010 - 11:53,31
    Antonio ha scritto...
    Carissimo Dott. Amodeo, per questa volta farò un'eccezione che i comici non dovrebbero fare. Racconterò per i suoi lettori la barzelletta che tanto l'ha fatta ridere. "A un certo punto, grazie ad un articolo comparso nel giornale di un editore "straniero" che in quella città fa l'imprenditore - scritto dal parente di un amministratore - si scopre che quella bellissima città che è il regno del turismo in sicilia, dove - non si sa come ne perché (forse per virtù dello spirito santo) - la mafia non esiste, è pure videosorvegliata. E tutti i cittadini furono felici. Scesero dalle case e si riversarono nella passerella centrale, dove tutti i negozi erano addobbati a festa. Non si sa se per la notizia o per altro. E tutti i residenti cominciarono a lasciare le chiavi nelle toppe delle proprie abitazioni, come ai tempi del Duce. Poi, però, un giorno non troppo lontano da quell'articolo, sulla splendida città iniziò ad abbattersi una pioggia violenta. Naturalmente, tutti dovettero rientrare a casa per non ammalarsi, pronti a riprendere la festa in seguito. Poi, quando l'acquazzone fu terminato, tutti scesero in centro e videro le auto della polizia. Cos'era mai successo? Niente, che alcuni malviventi in pieno centro si erano permessi di svaligiare in pieno giorno e in pieno centro l'unica gioielleria che, a differenza delle altre, non era dotata di alcun sistema di sicurezza nè di una assicurazione. Ma come? - si domandarono tutti - la città non era videosorvegliata. Sì, ma tranne che nel centro - rispose quell'amministratore. E tutti gli chiesero: ma questi come facevano a sapere che quella era l'unica gioielleria che non aveva assicurazioni nè sistemi di sicurezza; e che la città era videosorvegliata dappertutto ma non nel centro? E lui: boh, un caso! Ma si può trattare di criminalità organizzata? - gli fecero quelli. E lui: boh! Non se ne seppe più nulla. Ma tutti cittadini, per maggior sicurezza, tolsero le chiavi dalle toppe e se le portarono dietro".
  10. Num: 10 -- 23 Nov 2010 - 12:12,18
    Antonio ha scritto...
    Gentile Dott. Amodeo, volevo scusarsmi con i nostri gentili ascoltatori per qualche refuso qua e la. Capitano, quando uno scrive di getto. E poi volevo ricordare loro un'altra cosa sulla barzelletta: che i malviventi agirono pure a volto scoperto.
  11. Num: 11 -- 23 Nov 2010 - 12:57,49
    Salvatore Russo ha scritto...
    Sulla base di quanto ho letto in questi commenti, si vergognino quei politici e quegli "illuminati" imprenditori che danno lavoro a gente che viene da fuori sol perché scrive per un "certo" giornale! Con tutti i professionisti seri, preparati e laureati che abbiamo qui...
  12. Num: 12 -- 23 Nov 2010 - 15:15,15
    Rodolfo Amodeo ha scritto...
    Carissimo Dott. Magrì, con riferimento ai suoi recenti e sempre graditi commenti, la “storia” è sempre quella: ci troviamo di fronte al giornalismo del “condizionale” (della serie “grandi progetti” annunciati che “potrebbero” portare sviluppo e “felicità”) ed a quello del (parafrasando una simpatica canzoncina-sigla televisiva di Ombretta Colli) “facciamo finta che tutto va ben”. E' pressoché totalmente assente, invece, il giornalismo d’inchiesta e persino quello semplicemente di “riflessione”, in cui il giornalista non si limita a riportare le dichiarazioni di questo o quel personaggio, ma trae poi le proprie conclusioni, anche critiche. Forse sarebbe opportuno che i giornalisti fossimo come i… carabinieri, ossia venuti da un’altra parte d’Italia in maniera tale da non conoscere nessuno ed avere le mani completamente slegate (capisce bene che il “povero” corrispondente di Vattelappesca può essere amico d’infanzia o, addirittura, parente o compare del sindaco o dell’assessore della stessa Vattelappesca). Ma è anche vero che con le miserrime (o nulle) retribuzioni corrisposte dagli editori, il giornalista si guarda bene dallo “spingersi oltre”. Si ottiene, anzi, l’effetto contrario (con il pieno avallo, se non l’interessamento, dello stesso editore): il giornalista, infatti, avendo pure lui “diritto a vivere” fa di tutto per ingraziarsi la classe politica con l’obiettivo di aver assegnato qualche ben remunerato incarico di addetto-stampa nell’ente locale. Altro, quindi, che… inchieste, approfondimenti, riflessioni e valutazioni critiche! “Tutto santo e benedetto” (come dicevano gli antichi) quel “Corriere del Mezzogiorno”, ossia il quotidiano messinese, diretto da quel galantuomo di Giuseppe Messina, in cui il sottoscritto ha lavorato dal 1997 al 2001 a fronte di un trattamento economico dignitoso sancito da un regolare contratto (che mi ha consentito di svolgere il praticantato e, quindi, avere accesso all’esame ed all’albo dei giornalisti professionisti). Questo perché tale iniziativa editoriale non aveva alle spalle “potentati”, ma una cooperativa costituita da noi stessi giornalisti e da piccoli imprenditori messinesi che, come tali, non erano portatori di interessi “ingombranti”. Con il “Corriere del Mezzogiorno” l’informazione sul territorio di Messina e provincia era capillare (io curavo un’intera pagina quotidianamente dedicata ai Comuni della Valle dell’Alcantara) e, soprattutto, libera proprio perché quelli che scrivevamo eravamo già gratificati economicamente dalla società editrice e, pertanto, non ci creavamo problemi nel denunciare i disagi di una comunità o le malefatte dei politici (ricordo tantissimi “scoop” da noi realizzati che facevano andare “in bestia” i capiredattori ed i capiservizio dei concorrenti quotidiani “tradizionali”, che si spingevano al punto di denigrare quella nuova ed onesta testata coi soliti malvagi appellativi di “giornalino” e “giornaletto”). Purtroppo, però, come tutte le cose di qualità che a volte affiorano anche in Sicilia, e soprattutto in questa nostra “asfittica” provincia peloritana, quel quotidiano cessò improvvisamente le pubblicazioni nel novembre del 2001 per motivi a tutt’oggi “misteriosi”… Non resta, dunque, che continuare ad “abbeverarsi” ai soliti monopoli editoriali, con i lettori “gabbati e contenti” e noi giornalisti “curnuti e bastuniati” (ma “contenti” se arriviamo a “godere” solo vedendo la nostra firma in pagina o mostrando il tesserino quasi fosse uno “status symbol” o un mezzo per “contare” qualcosa…).
  13. Num: 13 -- 24 Nov 2010 - 00:42,31
    Manuela ha scritto...
    Questo libro del giornalista Antonio Magrì è veramente accattivante. Anche per chi non conosce la semiotica, per la quale, tra l’altro, offre spunti innovativi di indagine. Mi è piaciuta anche molto la parte in cui l’autore parla di come l’Antimafia si sia attardata a scoprire un metodo di indagine prima che arrivasse Falcone e interrogasse Buscetta, quando, invece, se non si conosceva ancora quanto fatto da Mauro De Mauro su "L’Ora" di Palermo nel 1962 (il quale aveva scoperto la struttura piramidale di Cosa Nostra), si poteva pur sempre arrivarci dai capolavori di Mario Puzo prima e F.F.Coppola poi con la saga de “Il Padrino”. Anzi, mi piace come Antonio Magrì sia riuscito a scovare del materiale di quando Mario Puzo faceva il giornalista d’inchiesta per il "New Yorker" agli inizi degli Anni 60 proprio su Cosa Nostra americana. Infatti, l’autore dimostra come Puzo abbia letto sicuramente l’articolo del gennaio del ’62 di De Mauro e, parallelamente alla sua inchiesta per il "New Yorker", abbia poi tratto il suo capolavoro letterario, strutturandolo in maniera tale che la struttura piramidale di Cosa Nostra (di cui all’epoca non si sapeva niente e che solo negli Anni 80 porterà Falcone a sviluppare un metodo di indagine efficace per contrastare la mafia dopo il suo interrogatorio di Buscetta). Così come poi farà a sua volta F.F.Coppola per i suoi film. Come dire: se si fosse posta la giusta attenzione al romanzo e ai film dal punto di vista antimafioso, a quest’ora l’Antimafia avrebbe scoperto la struttura piramidale molto tempo prima.
  14. Num: 14 -- 29 Nov 2010 - 00:28,24
    Maria Scuderi ha scritto...
    Caro Rodolfo, nei tuoi commenti a questa recensione del libro di Antonio Magrì mi sono piaciute le tue battute intelligenti e spesso ironiche, perché nella tua ironia c’è sempre un filo di malinconia che induce alla riflessione. Mi è piaciuta, in particolare, la frase: "E poi, guardandoci intorno, dove sarebbe questa qualità in cui andare a saltare?!...". Rodolfo sei grande!... Sei forte!...
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