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19 Settembre 2009
Intervista al grande chitarrista italiano Ricky Portera
Originario di Messina, è stato tra i fondatori degli “Stadio” ed è da sempre al seguito (sia in sala d'incisione che in tour) di Lucio Dalla, che gli dedicò l’irriverente brano “Grande figlio di puttana”
Ha origini messinesi uno dei migliori chitarristi pop-rock italiani quale è unanimemente considerato Ricky Portera.
Collaboratore “storico” di Lucio Dalla e fondatore del gruppo degli “Stadio”, che per tanti anni ha accompagnato il grande cantautore bolognese, Portera ha fatto “vibrare” le sue corde (sia in sala d’incisione che nelle tournée) pure per cantautori del calibro di De Gregori, Venditti, Ron e Finardi; della sua eccelsa tecnica e dei suoi assoli dalla particolare intensità emotiva si sono avvalsi, inoltre, Loredana Bertè, Paola Turci, Nek ed Anna Tatangelo.
Spesso è in tour con lo spettacolo “La Notte delle Chitarre”, dove si esibisce con altri cinque colleghi chitarristi di grande livello che, insieme a lui, hanno dato vita alla band “Custodie Cautelari”.
Oltre al fatto di essere nato a Messina, alla Sicilia lo legano la madre che continua ad abitare nella Città dello Stretto ed, ultimamente, anche la frequentazione del prolifico ambiente musicale catanese (nel capoluogo etneo ha “adottato” la band degli “Exem” e tiene periodicamente dei master di chitarra per i giovani musicisti siciliani che desiderano perfezionarsi in tale strumento).
Ci è capitato di incontrare Portera dietro le quinte di una rassegna rock tenutasi di recente Francavilla di Sicilia e ne abbiamo approfittato per rivolgere al contesissimo chitarrista siculo-emiliano alcune domande.
- Caro Ricky, si apprende dalla tua biografia ufficiale che da ragazzo eri piuttosto refrattario alla musica, mentre tua madre voleva inculcartela ad ogni costo. Com’è che hai preso gusto per la chitarra, sino a divenirne un “asso”?
«E’ stato fondamentale il rigore di mia mamma: sfido chiunque a non imparare a suonare bene la chitarra dopo che chi ti mantiene ai relativi studi te ne spacca in testa una perché si accorge di aver buttato soldi al vento per pagarti le lezioni…».
- Che ricordi hai della tua breve infanzia siciliana ed, in particolare, di Mistretta, il Comune messinese di tuo padre?
«E’ vero che sono nato a Messina (dove a tutt’oggi vive mia madre, che vado spesso a trovare), ma nella Città dello Stretto ho abitato solo qualche settimana da… neonato in quanto ci siamo trasferiti subito al seguito del mio compianto papà, maresciallo dei Carabinieri, chiamato a prestare servizio altrove. A Messina, comunque, tornavo ogni anno per le vacanze, mentre a Mistretta facevo delle “toccate e fuga” in quanto era un piccolo centro di provincia che stava parecchio stretto ad un ragazzo quale ero allora io. Ringrazio, comunque, gli amici mistrettesi per la stima e l’affetto che nutrono nei miei confronti: due anni fa mi hanno conferito la cittadinanza onoraria e ne sono veramente fiero».
- Che effetto fa sentirsi scritta e dedicata dal grande Lucio Dalla una famosissima canzone dal titolo “Grande figlio di puttana”, riferita alla tua fama di “rubacuori”?
«Beh… Lucio è un grande poeta, ma anche un “giocherellone” cui piace spesso scherzare, a volte pure nell’ambito del suo mestiere. Almeno questa è la “diplomatica” spiegazione che ho dato a mia madre, non certo orgogliosa di tale composizione…».
- Provi nostalgia per gli “Stadio”, il gruppo di cui sei stato, insieme al cantante Gaetano Curreri ed al batterista Giovanni Pezzoli, uno dei fondatori e che alcuni anni fa hai abbandonato per metterti in proprio come “battitore libero” della chitarra?
«Nessuna nostalgia! Solo una certa tristezza nel constatare che oggi quella band avrebbe potuto e dovuto conseguire traguardi più elevati. Ma i miei ex compagni d’avventura hanno deciso di affidarsi a determinate persone e… le scelte sono scelte ed ognuno se ne assume la responsabilità…».
- Tu e gli Stadio, Dalla, Pavarotti, Vasco, Zucchero, Ligabue, la Pausini, ecc.: l’Emilia Romagna, dove tu hai iniziato ad affermarti ed oggi risiedi, possiamo ormai considerarla il “regno” della musica italiana. Come mai questa regione sforna così tanti artisti di successo?
«Perché è sicuramente una terra atavicamente votata alle sette note. E potendo contare su così tanti “big”, il giovane che lì si accosta alla musica ha più possibilità di entrare nel cosiddetto “giro giusto”, che magari si ritrova… sotto casa, ed a sua volta crescere artisticamente ed affermarsi. Noto, comunque, con piacere che anche Catania, da alcuni anni a questa parte, sta regalando alla musica italiana artisti di grande levatura. Lo stesso, purtroppo, non può dirsi della mia Messina…».
- Tra le band italiane oggi più in voga, qual è quella che, a tuo avviso, si esprime meglio dal punto di vista “chitarristico”?
«Più che su singole band, preferisco esprimere un giudizio, purtroppo critico, di carattere generale; e cioè che i musicisti di oggi (chitarristi compresi) si ostinano ad inseguire la tecnica tralasciando la fantasia e, quindi, l’espressività e l’originalità. Pur senza stonare e steccare, bisognerebbe essere più istintivi e, quindi, creativi: solo così si potrà riuscire a dire qualcosa di nuovo nel panorama musicale odierno, su cui aleggiano ancora gli ingombranti “fantasmi” dei “mitici” cantautori degli Anni Settanta-Ottanta».
- Poc’anzi abbiamo dovuto interrompere la nostra conversazione perché da Modena, dove oggi risiedi, ti ha telefonato tua figlia per sapere come cucinare un particolare risotto, e tu sei stato prodigo di indicazioni e consigli facendo venire la cosiddetta “acquolina in bocca” a noi che ascoltavamo. Oltre che un grande chitarrista sei anche un grande… chef?
«Diciamo che tra i fornelli mi diverto parecchio. A quanto mi dicono i miei commensali (non più di quattro-cinque alla volta perché non saprei cucinare per tavolate numerose) si rimane affascinati dai miei risotti, dalle mie zuppe di fagioli e dai miei secondi a base di pollo; quest’ultimo lo mangio spesso in quanto dalla mia dieta ho escluso le carni rosse».
Anche questa è… musica!
Scherzi a parte, a Ricky Portera è sicuramente da riconoscere il merito di voler tentare di restituire dignità artistica al musicista pop-rock: sino ad oggi chitarristi come lui, batteristi come Lele Melotti, bassisti come Paolo Costa ed altri “virtuosi” strumentisti ancora, sono rimasti “all’ombra” delle grandi popstar (Dalla, De Gregori, Battiato, Venditti, Oxa, Celentano, Jovanotti, Mannoia, ecc.) che hanno “umilmente” accompagnato in concerto o in sala di registrazione contribuendo, attraverso la loro professionalità, al successo delle rispettive carriere (a volte un determinato arrangiamento o un semplice arpeggio di chitarra eseguito in un certo modo fanno entrare una canzone nella testa e nel cuore della gente). Con le sue performance solistiche in giro per l’Italia, affiancato da gruppi emergenti da imporre all’attenzione del pubblico e dei mass media, ed attraverso i concerti con la band chitarristica “Custodie Cautelari”, Portera intende affrancare il musicista dalla subalternità al cantante o al cantautore “di grido”: oltre a questi ultimi – sembra volerci dire – esistono pure i turnisti ed i session man che, una volta tanto, hanno anche loro diritto a stare “al centro” di un palco ed a farsi conoscere dal grande pubblico.
RODOLFO AMODEO
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