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22 Settembre 2007
Un poeta a Gaggi: Rosario Torrisi
E' "figlio d'arte" del noto Nardo Torrisi. I suoi versi ricevono premi e riconoscimenti vari. «Ma - confessa - la poesia per cui vorrei essere premiato e ricordato ha per tema la difficile esistenza delle professioniste del sesso»
Trionfando nella sezione “vernacolo” del concorso di poesia “Città di Taormina - Festa dell’Alcantara”, assegnato nelle settimane scorse nella frazione di Trappitello, Rosario Torrisi si è ancora una volta confermato poeta “di razza”: una “razza” di poeti. E già: perché Rosario è figlio di quell’impareggiabile poeta-contadino estemporaneo che fu il compianto Leonardo Torrisi (i cui migliori versi si trovano raccolti nella silloge “Sfogu di cori”); e così come il padre, anche il figlio esercita il mestiere di agricoltore. Rosario Torrisi, che vive nel Comune alcantariano di Gaggi con la sua famiglia, ha all’attivo un centinaio di composizioni (alcune delle quali confluite nella raccolta “Primu ciuri”, edita nel 1982) che gli hanno meritato una decina di riconoscimenti letterari; da ultima “Lu munnu di me sonni”, con la quale Torrisi “junior” ha ottenuto il primo premio al recente concorso artistico-letterario taorminese nella categoria riservata alla poesia dialettale.
Qualche sera dopo ci siamo congratulati con l’autore ai tavoli di un noto ritrovo di Giardini Naxos, dove abbiamo goduto della profonda erudizione del poeta di Gaggi in materia di letteratura, cinema e canzone d’autore approfittandone, altresì, per rivolgergli alcune domande.
- Maestro Torrisi, qual è il segreto di questo suo ennesimo successo?
«Probabilmente il fatto di aver tradotto in versi la suprema aspirazione dell’uomo ad un mondo ideale (“Lu munnu di me sonni”, per l’appunto) senza problemi ed ingiustizie, che io personalmente mi ostino sempre a rincorrere, sia pur con la fantasia, senza temere di essere considerato un illuso sognatore».
- Che effetto fa partecipare ad un premio e poi risultarne vincitore?
«Sarebbe da ipocriti affermare che quando si partecipa ad una competizione non si ha l’aspirazione a vincere. Arrivati alla vigilia della proclamazione, all’aspirazione subentra la “paura” di perdere e quando, come a volte accade al sottoscritto, si vince, la sensazione è stupenda».
- Quali sono le fonti ispiratrici della sua apprezzata poetica, dialettale e non?
«Tutti i soggetti, i fatti e le situazioni che… mi ispirano. Una volta arrivata l’ispirazione è come se cominciassi a lavorare ad un dipinto: parto da un bozzetto che vado via via perfezionando. Mio padre, invece, era più istintivo ed estemporaneo in quanto creava le sue poesie di getto. Io so improvvisare (lo sanno benissimo gli amici più cari per i quali ho sempre pronti la battuta o l’sms spiritoso in rima), ma se devo creare quel che si dice “un’opera d’arte” tiro fuori l’arma del perfezionismo. Riguardo ai generi, comunque, ritengo di dare il meglio di me stesso con la poesia d’amore, che è quella che ti consente maggiori libertà nell’espressione dei sentimenti e delle sensazioni; se, invece, tratti di un fatto, di un luogo, di un personaggio o di un fenomeno sociale non puoi discostarti molto dai dati della realtà».
- A proposito dell’illustre papà Leonardo (che qualche anno fa è stato solennemente commemorato a Fiumefreddo di Sicilia, Comune di cui era originario), cosa ha ereditato da lui dal punto di vista artistico?
«E’ evidente che se non ci fosse stato lui noi non saremmo qui a discutere di poesia. Io ero il primo cui recitava le sue composizioni, di fronte alle quali gli esprimevo sempre i miei complimenti. Lo stesso facevo io con lui quando iniziai a scrivere in versi, ma papà non mi faceva mai montare la testa dicendomi che ero bravo e che avevo fatto bene, proprio perché voleva che poeticamente crescessi sempre di più. Oltre alla sua spiccata estemporaneità cui prima accennavo, l’altra differenza tra i nostri approcci alla poesia sta nella comunicazione: papà era veramente un tutt’uno con i suoi versi e li declamava a chiunque venisse in contatto con lui; io, invece, sono più “selettivo” e riservato in quanto manifesto la mia inclinazione poetica solo agli intenditori ed a chi ritengo veramente interessato a questo genere di espressione artistica».
- Tra le centinaia di poesie che ha scritto qual è quella cui è più legato?
«Senz’altro quella che ho intitolato “Le sorelline” e che tratta del mondo della prostituzione. Me la ispirò un indelebile ricordo dei miei anni di gioventù quando, come la maggior parte degli esseri umani di sesso maschile, mi recai in una casa d’appuntamenti. In quella camera da letto piuttosto trascurata e decadente mi colpì la presenza alle pareti di un quadro della Vergine Maria corredato dalla seguente iscrizione: “Madonna, tu che hai concepito senza peccare, fai che io possa peccare senza concepire”. In quella frase, a mio parere estremamente intensa, ravvisai il vero dramma della prostituta, ossia il dover rinunciare a quello che per le donne “normali” è un evento gioioso ed un dono di vita: la maternità. Dato il tema piuttosto… delicato, “Le sorelline” è stata vittima delle censure dei soliti moralisti benpensanti, ma pur non avendola ancora potuto esibire sui palcoscenici e nei vari concorsi, è la composizione di cui vado più fiero».
RODOLFO AMODEO
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