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20 Dicembre 2008

Giuseppe La Maestra, il sindaco “outsider” di Francavilla di Sicilia

Veniva a mancare un anno fa il politico democristiano che, pur essendo stato “messo all’indice” dal suo partito, riuscě ad approdare alla carica di primo cittadino del centro dell’Alcantara

     Un anno fa, ed esattamente nel giorno della vigilia di Natale, Francavilla di Sicilia perdeva un suo benemerito cittadino: l’ex sindaco Giuseppe La Maestra (Peppino per gli amici), venuto alla luce nel centro dell’Alcantara il 30 marzo del 1920.

     Tutti lo ricordano come un “gentiluomo” della politica, scevro da intemperanze e smanie di potere, anche se determinato nell’esercitare il suo spirito critico e nel far valere i suoi diritti di “libero pensatore” all’interno dell’allora “ingombrante” Democrazia Cristiana, partito in cui sempre militò e che vide nascere non appena rientrato dal secondo conflitto mondiale.

     L’evento bellico mortificò le sue aspirazioni professionali: La Maestra avrebbe voluto intraprendere la carriera di ingegnere, ma a causa della guerra dovette interrompere i relativi studi universitari dopo aver sostenuto appena un solo esame. Da militare visse, in particolare, le convulse “Giornate di Roma” patendo anche, sia pur per un paio di giorni, la prigionia. Ad ostilità concluse gli venne offerta l’allettante opportunità di indossare la divisa per professione, ma la sua indole antimilitarista e democratica gli fece preferire il ritorno al paese natio dove, sfruttando il diploma di perito industriale conseguito in gioventù a Giarre, cominciò ad inserirsi nel mondo del lavoro sino ad approdare all’insegnamento. In sella ad un semplice “vespino”, Peppino La Maestra valicava le montagne recandosi alla volta delle scuole elementari dei paesini più sperduti, come Capizzi e Nicosia; dopo una lunga e faticosa gavetta otteneva la cattedra definitiva nella sua Francavilla.

     Divideva le sue giornate tra l’attività di docente, il ruolo di padre e marito e l’impegno nel mondo della politica e del volontariato sociale: fu presidente della locale sezione della “Coldiretti”, collocatore del lavoro (ai tempi in cui per tale mansione non si percepiva alcun emolumento) e svariate volte ricoprì le cariche di assessore e consigliere comunale.

     «Deteneva un cospicuo bagaglio di voti - ricordano la moglie Lidia ed i figli Sebastiano, Giovanni e Gaetana, oggi tutti affermati professionisti - pur non essendo capace di andarli a chiedere: la sua forza stava nella stima che si era conquistato presso i suoi tanti amici, i quali erano loro a fare campagna elettorale per lui. Era, inoltre, entrato in rapporti di stretta frequentazione con gli allora “alti papaveri” della Dc messinese: nella nostra casa facevano spesso capolino, a volte con dei “blitz” a sorpresa, i vari onorevoli Celi, Ordile, Campione, Leanza, ecc.».

     Ma il nome di Giuseppe La Maestra è legato ad una particolare vicenda che, nella seconda metà degli Anni Settanta, diede un autentico scossone agli apparentemente consolidati equilibri politici francavillesi.

     Tutto ebbe inizio quando i vertici nazionali della Democrazia Cristiana imposero lo “svecchiamento” del partito attraverso un ricambio generazionale da attuare, innanzi tutto, con l’inserimento nelle liste elettorali di militanti giovani al posto dei “soliti noti”. Anche il “vecchio leone” La Maestra concordò pienamente su questa linea e sarebbe stato ben lieto di fare un passo indietro in favore di qualche nuovo “virgulto”; ma, alla fine, gli toccò constatare con profonda amarezza che in quella lista Dc approntata per le elezioni amministrative del 1975 il “repulist” aveva riguardato solamente lui e non anche gli altri suoi coetanei i quali, in barba al tanto invocato “rinnovamento”, erano ancora una volta riusciti ad imporre le loro candidature. La Maestra si sentì, dunque, vittima di una sorta di “epurazione” e le sue pubbliche rimostranze al riguardo gli costarono l’espulsione dalla sezione francavillese del partito.

     Così, incoraggiato dalla sincera solidarietà manifestatagli da quei tanti amici che non l’avevano mai abbandonato nel suo percorso politico, si mise subito all’opera per “attrezzarsi” con una sua lista autonoma che, precorrendo quanto sarebbe accaduto oltre vent’anni dopo nello scenario politico nazionale ad opera di Rutelli & Co., denominò “La Margherita”.

     «Credo - racconta il figlio Sebastiano – che con tale denominazione papà volesse alludere al famoso giochetto che si usa fare con questo fiore sfogliandone i petali: il “m’ama non m’ama”, in questo caso, era l’interrogativo riferito all’esito del responso elettorale».

     All’indomani di quella “storica” tornata elettorale del ‘75 venne riconfermata l’Amministrazione Comunale di Centrosinistra Psi-Pci e la Dc “ufficiale” rimase all’opposizione; ma gli uomini della “Margherita” si presero la soddisfazione di spedire il loro leader La Maestra in Consiglio Comunale in forza dei circa duecento consensi conquistati dalla nuova lista. Il democristiano “ribelle” si professò sin da subito indipendente rivendicando la sua autonomia sia rispetto alla maggioranza e sia rispetto ai suoi ex colleghi di partito. Sta di fatto che quel coraggioso “solista” della politica non si sarebbe mai immaginato di doversi ritrovare, un paio d’anni dopo, con la fascia tricolore addosso.

    Avvenne, in pratica, che i malesseri serpeggianti all’interno sia del Partito Socialista che della Democrazia Cristiana indussero il sindaco Salvatore Puglisi, nel luglio del ’77, a rassegnare improvvisamente le dimissioni. Solo tre mesi dopo si riuscì a coagulare una nuova maggioranza proprio attorno al nome di Giuseppe La Maestra, che il 17 ottobre venne eletto, quasi a sorpresa, primo cittadino (nel sistema allora vigente il capo dell’Esecutivo ed i suoi assessori venivano designati da e tra i consiglieri comunali, ndr) alla guida di un monocolore Dc appoggiato esternamente dai socialisti e dai comunisti.

     Ma l’ingovernabilità era sempre in agguato e dopo sette mesi La Maestra gettò la spugna. Ci si rese, quindi, conto che la risoluzione dei problemi del paese andava affidata ad una maggioranza solida che garantisse stabilità; dopo lunghe trattative si giunse, così, ad una forte alleanza Dc-Psi che consentì al riconfermato sindaco La Maestra di portare dignitosamente a compimento la legislatura con a fianco Puglisi nelle vesti di vicesindaco.

     Dopodiché l’“outsider” della Dc decise di chiudere definitivamente con la politica attiva, rifiutandosi di candidarsi in alcun ruolo alle successive elezioni amministrative del 1980.

     Quella di La Maestra è senza dubbio una vicenda alquanto singolare, ma bella ed esemplare, che rimanda all’episodio biblico della vittoria dell’umile pastorello Davide sul gigante Golia: uno spassionato idealista che riesce a raggiungere il massimo traguardo della politica locale - ossia la sindacatura - pur essendo inizialmente inviso ai “potenti” apparati del suo partito.

     Al periodo della sua gestione amministrativa risalgono i primi ritrovamenti archeologici di epoca greca affiorati dal sottosuolo francavillese, un evento che per la cittadina alcantariana ha schiuso nuove prospettive culturali e di sviluppo.

     «E’ vero – tiene a precisare al riguardo il figlio Sebastiano – che il merito di quei ritrovamenti è da ascrivere a dei giovani del luogo cultori di archeologia ed alle segnalazioni di qualche cittadino, ma bisogna dare atto a mio padre di aver saputo, nella sua veste istituzionale di sindaco, gestire quella vicenda attivando le necessarie interlocuzioni con la Soprintendenza ai Beni Culturali ed il Museo “Orsi” di Siracusa. E devo dire che c’è rimasto parecchio male quando due anni fa, nel corso della cerimonia d’inaugurazione del polo museale francavillese, il suo nome non è stato minimamente citato: Francavilla vuole puntare sulla cultura e sul turismo, ma continua a non avere memoria e ad ignorare, o volutamente dimenticare, il proprio passato…».

     RODOLFO AMODEO


 

Puglisi: «Fu l’uomo giusto al momento giusto»

     Un ruolo determinante nell’ascesa di Giuseppe La Maestra alla carica di sindaco di Francavilla di Sicilia lo ebbe il suo allora giovane predecessore Salvatore Puglisi, oggi capogruppo consiliare di minoranza: come si accennava nel servizio principale, nell’estate del 1977 Puglisi rassegnò irrevocabilmente le proprie dimissioni da sindaco non perché non avesse più i numeri per governare, ma per lanciare un eloquente segnale d’allarme contro l’accesa conflittualità interna alle varie forze politiche locali.

     E fu proprio il socialista Puglisi a passare volentieri il testimone al democristiano “ribelle” La Maestra reputandolo, in quella delicatissima fase, “l’uomo giusto al momento giusto” in considerazione della sua onestà intellettuale e della sua indole pacata e riflessiva. Puglisi, inoltre, lo sostenne lealmente e fattivamente affiancandolo come vicesindaco.

     «Il professore La Maestra - ricorda Puglisi - era una persona perbene, aperta al dialogo e disponibile a verificare le scelte politiche nella consapevolezza che senza il confronto i problemi di una comunità non possono essere affrontati e risolti. Ed ha accettato di fare il sindaco in una fase difficile e controversa della storia politica francavillese: i partiti erano manifestamente lacerati al loro interno e nulla lasciava presagire gestioni serene e produttive; la sua elezione ha consentito al paese di fronteggiare i problemi che l’affliggevano. Ma, soprattutto, ritengo doveroso additare ad esempio il suo equilibrio e la sua saggezza, che hanno fatto capire a noi giovani amministratori del tempo come in politica i cosiddetti “nervi saldi” e certi valori debbano stare alla base di qualsiasi ruolo, specie se prestigioso. Tra i tanti risultati conseguiti da quella nostra Amministrazione, considero significativo il sostegno dato alla ricostituzione della banda musicale cittadina “Vincenzo Bellini”».

     R.A.

 


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